Ciao.
Oggi non è lunedì, ma – come avrai capito dall’articolo precedente – Lucca mi ha distrutto fisicamente e lunedì sono tornato a Genova giusto giusto per andare a lavoro.
Capisci bene che non ho avuto tempo, forze, voglia e attrazione gravitazionale per scrivere qualcosa.
Potrei tenerlo per il prossimo lunedì?
Probabilmente, ma mi va di restituirti quest’onda di entusiasmo che mi accompagna e che – temo – già domani potrebbe essersi esaurita.
Ci sono un mucchio di cose da raccontare!
Ma partiamo con quella che sicuramente attendi con ansia:
Sì, ho cagato.
Il primo giorno – mercoledì – non sono riuscito a deiettare quell’amuleto cilindrico portatore di sventura e maledizioni che per semplicità chiameremo stronzo. Così sono passato alla suppostina.
Non ne avevo mai indossato per via rettale nessun proiettile – intendo da solo, da bambino mia madre mi riempiva come una cartucciera di una AK-47 – e chiedere al nostro dio e sovrano Google non mi è venuto in mente, lì per lì. Quindi l’ho inserita nell’apposita feritoia circolare – che per semplicità chiameremo buco del culo – e dopo pochi minuti ho avvertito lo stimolo. Mi sono accucciato e ho sentito, sia con l’udito che col tatto, plip.
Avevo cagato la supposta. Dal momento che erano le sei e mezza del mattino, ben presto si sarebbero alzate le altre otto persone della casa nel centro di Lucca e alle otto e trenta sarei dovuto presentarmi allo stand, e non volevo farlo ricolmo di stronzo (al singolare, come entità astratta), e così l’ho reinserita subito dentro…
Un’altra ovviamente. Per chi mi hai preso?
Questa volta ho fatto una preghierina: ho chiesto alla sacerdotessa Siri e la risposta mi è giunta in forma di apparizione pixellata: dieci/quindici minuti.
Credo di aver resistito fino a sette o otto, anche perché i primi suoni di risveglio e di colazione che stavano avvenendo oltre la porta di fronte a me cominciavano a mettermi fretta.
La rassicurazione di un asso nella manica e le belle sensazioni dello stand – a cui stiamo per arrivare – mi ha dato quella tranquillità da permettermi di sparare tutti i colpi nella cartucciera nei giorni seguenti (che per semplicità, chiameremo quest’azione, cagare).
Capisco che la parte davvero interessante di questo articolo sia finita – errore mio nel metterla in cima e non alla fine – ma ti chiedo di arrivare in fondo per riuscire a dirti quello che davvero è stata la svolta per me.
Luca – il mio ex docente di sceneggiatura e mentore (non mi sono dimenticato una “c”) – mi aveva premesso che sarebbe stato faticoso e frustrante. Andiamo ad analizzare questi due aggettivi in relazione alla fiera:
Faricoso.
Tantissimo. Si è cominciato subito il 31 per allestire la fiera e il giorno dopo, alle 8, si era già in stando per un brief iniziale. Alle 9 le porte si spalancano, i corni suonano e le orde avanzano. E questo anche per i giorni seguenti, conditi con piogge leggere e – per variare – piogge pesanti. Il modo più efficace di definirlo è bam bam bam. Si andava come treni fino le 19 in cui la fiera chiudeva, ma staccavamo alle 19.30 per risistemare tutto per il giorno dopo.
E poi, cosa fai? Non te ne vai a cena con la gente e poi far serata?
E così poi si faceva l’una e il mattino dopo, di nuovo, sveglia alle sei. E allora bam bam bam.
Ti dirò, non pensavo di aver tutte queste energie per affrontare un simile sforzo fisico. Anche se dietro ai fumetti esposti, cominciavo a muovermi per inerzia. Capitava di dimenticarmi parole e quello che stavo facendo. Ma lo dicevo e il pubblico empatizzava e mi rispondeva “figurati, lo immagino!”.
Ma per quanto, giorno dopo giorno, le mie energie calassero e fossi sempre di più uno straccio da pavimento utilizzato da troppi anni per un bagno di un autogrill, la mia felicità aumentava proporzionalmente.
Frustrazione.
Nessuna. Mi avevano detto questa frase che mi rimarrà scolpita: quello che succede allo stand rimane allo stand. Una versione fieristica dell’antico detto di Las Vegas – o Crotone, non ricordo – per dire che se fossero volati insulti, rimproveri e tonanti vaffanculo, di non prenderla sul personale.
Nota: Non ho dedicato del tempo per riflettere a questo concetto. Facendolo ora, mi trovo molto in disaccordo. Per funzionare bene, una macchina umana come quella, dovrebbe essere decisa e diretta, sì, ma capace di comprendere e darsi sostegno. Immagina una squadra di pallavolo che a ogni fuoricampo che va fuori si sfancula invece di incoraggiarsi a far meglio.
In ogni caso, tutto ciò non è accaduto.
Sapevo le mie capacità nell’aver a che fare con la gente, aggiungere un po’ di risate con qualche battuta a quel condimento di sola pioggia, ma non sapevo se sarei stato capace di vendere. Tempo neanche mezz’ora ero già una macchinetta che – come dicono spesso i romani – Mastrota levate!
Mi piace pensare che il mio modo di fare burlone, giocare con il pubblico, far battute da entrambe le parti dello stand, abbia alleggerito gli animi e fatto funzionare tutto un po’ meglio. Vero è che, già l’organizzazione partiva bene e tutto lo staff della Gigaciao aveva una base solida su cui muoversi.
Questi giorni sono stati incredibili.
E non solo perché sono stato pagato (ottimo), ma soprattutto – e forse, solo – perché sento di aver imparato qualcosa. Imparato qualcosa su di me, sulle mie capacità e sulle relazioni con le persone affianco a me.
Per finire.
Mi piacerebbe raccontarti un mucchio di cose, come per esempio non vedere mai Sio preoccupato, ma i suoi occhi tingersi di panico quanto non si riusciva a ordinare le pizze per festeggiare a fine fiera; o di tutti i peti che non riuscivo a tenere per il continuo movimento e il Sindaco – un ragazzo dello staff – che le degustava con poco agio facendomi notare, giustamente, che fosse disgustoso. Ma direi che questo articolo è già abbastanza lungo.
Ti saluto quindi con questa frase che so apprezzerai e che racchiude l’anima di questa Lucca Comics & Games 2023:
Ho cagato stronzi dal buco del culo.
Cia’!
P.S: Non è vero che mia madre mi imbottiva di supposte. Solo che era un’immagine troppo bella da non scriverla.