L’onestà mi ha ucciso.

Ciao, birbante.
Sei, un po’ sotto sotto, birbante, dì la verità. Ma ti tranquillizzo subito dicendo che lo siamo un po’ tuttz. Cosa c’entra questo con l’articolo e il tema? Niente. Era solo un modo come un altro per dirti che sei birbante, che è meglio ricordarlo sempre.

C’è un concetto che ho assimilato ultimamente che vorrei condividerti.
Essere stra-onesti – e sottolineo l’essere stra perché è evidente che ci sono varie sfumature percepite dall’essere umano di onestà – è un bene o un male?

Spesso mi sono trovato a dire, soprattutto in colloqui di lavoro, il concetto che “ho un difetto: l’onestà; e sicuramente mi rovinerà”. Col senno di poi mi verrebbe da aggiungere che è un modo un po’ egocentrico per fare splendido e comunicare tramite la porta di servizio che, ehi, cioè, hai capito? Sono una persona onesta, baby.

Ma non è l’unico motivo (perché la psicologia ci insegna che non facciamo le cose solo per un motivo… o almeno questo è quello che ho capito io), c’è anche il fatto che volessi passare l’idea di essere affidabile. Di essere quello che in quel momento la persona davanti vede e poco altro.
Ti dirò sempre quello che penso, sento e credo.

Di per sé, penso che – a primo acchito – sia io, che te, che quel signore in canotta che ti sta guardando dalla finestra del palazzo di fronte, diremmo che è una cosa positiva. Ma per quanto non credessi davvero alle mie parole – sull’onestà, che mi avrebbe rovinato – c’era qualcosa di fondo.

Ci sono due distinzioni da fare che intavolerei come pandoro e panettone (ovvero che una dei due indubbiamente batte l’altra): l’onestà sul piano razionale, del pensiero, e sul piano emotivo/sentimentale.

Piano razionale.
Chi mi conosce sa che può fidarsi del mio parere. Che non dirò mai una bugia solo per il contentino. Chi non mi conosce abbastanza è probabile che si senta porre la domanda, sicuro di volerlo sapere? Perché sarò sincero.
Di questo aspetto porto un vanto, perché noto che non siamo poi così in tantz ed è difficile conoscere gente di cui sai che ti puoi affidare. Essere tra questi mi fa piacere.

C’è stata comunque un’evoluzione, perché essere sinceri non vuol dire essere stronzi.
Ed io, cara persona birbante che leggi, lo ero. Diretto, ruvido e talvolta ironicamente tagliente. Ero conosciuto proprio per, sì la persona che ti dice la verità, ma anche come uno schiaffo a volte importante. Mi veniva detto spesso col sorriso, che ero una merda, e io vivevo la cosa come una qualità.

Poi, nel tempo, ho capito che quell’immagine di me mi faceva soffrire, mi distanziava da tutte e tutti, mi faceva sentire solo. Ho capito anche che si può essere onesti, ma comunque avere tatto. Ho capito, infine, che volevo essere punto di riferimento per chi avessi intorno e motivante; onesta onestà sì, ma anche analisi e aiuto per rafforzare quei punti – secondo me – deboli e sprono al miglioramento.

Quindi ho introdotto la violenza fisica.
Scherzo. Sto scherzando. Mi faceva ridere pensare a tutto il pippozzo morale di prima e che alla fine, BAM, battuta che era da qualche riga che non ne facevo. Ti lascio del tempo per far decantare la cosa. Intanto io vado a prepararmi del tè.

[Tre ore dopo]

Scusami, davvero. Ho incontrato un amico in salotto e ci siamo messi a parlare. Mi ha convinto a investire sulle crypto, ho scoperto che c’è un modo per giocarle da azzardo su dei siti, sono caduto nella ludopatia, altri amici e amiche mi hanno fatto un intervention, ho capito che stavo allontanando tutti gli affetti peggio dell’essere onesti, sono andato in un centro specializzato, mi sono ripreso, sono tornato a casa, ho acceso il bollitore, ho aspettato, versato l’acqua nella tazza con la bustina già dentro (importante) e sono tornato.

Non so perché ho scritto tutta questa gag inutile. Mi divertiva, anche perché ha almeno tre livelli (non dico per forza buona) di comicità. Riprendiamo...

Piano emotivo/sentimentale.
Hai presente quando una persona ti chiede come stai e rispondi con una frase di circostanza? O, al limite se hai confidenza ti azzardi un si va avanti? Io no. Se mi avessi incontrato per strada fino a poco fa e mi avessi posto questa domanda, flagello del benessere psicofisico, mi avresti visto prendere del tempo per pensare alla risposta e poi… dartela.
E la risposta poteva – nel bene – essere qualcosa di leggero perché era un buon momento e quindi che sono sereno perché ho capito che approcciarmi con brutale onestà ho capito che fa male alle persone. Oppure no. E quanto no era no. Ma del tipo che droppavo dei ragionamenti su stati d’animo magari scoperti grazie alla terapia non da poco.
Ho capito che dal dolore non posso scappare e mentre prima lo reprimevo lasciandomi logorare dentro, ora lo avverto come pugnali che mi trafiggono da dentro in petto verso l’esterno (e questa dai, ha pure un fondo di positività).

Quando stavo su Tinder – prima di venir bannato, ma questa è un’altra storia – una ragazza mi scrisse cosa raccontassi di me e io le feci un pistolotto con qualcosa di simile (non ricordo) a quello scritto poco fa. La sentii subito più distaccata e chiudemmo la conversazione con io che le chiedevo il motivo e lei che mi rispondeva proprio che non apprezzava in una persona tutta quella trasparenza prima di conoscersi.
E questa bambini è la storia di come vostro nonno Gimmi fosse un coglione. Fine.

Non ho mai avuto problemi a dire tutto, ma tutto – ma tutto (ma tutto) -, quello che mi passasse per la testa e il petto. Tutto ciò era magnifico, o così credevo, fino a quando non ho cominciato a mettermi in contatto con il mio mondo interiore, ad aprirmi alle persone e quindi essere più feribile.

Cosa vuol dire?
Che se sei feribile e ti metti a nudo, c’è la possibilità che chi hai davanti ti dica quello che pensa. E quello che pensa – c’è il rischio – che sia una palla di cannone dello Great Turkish Bombard che ti attraversa e dilania in seimilacinquecentosette frattaglie sparse per la fermata del bus. Cazzo, fa male. (P.S: so che i P.S. di solito li faccio alla fine, ma ti dico ora che ho usato ChatGPT per sapere quale cannone avesse le palle più grosse, in almeno due sensi).

E oltre questo piccolo dettaglio della polverizzazione dell’anima c’è un altro aspetto che da buon egoriferito non avevo mai considerato: magari la persona che hai davanti non vuole saperlo.

Non parlo del, ma sai che alla fine ‘sticazzi di come stai, ma proprio del fatto che quello che dico può turbare, scuotere, intristire. Potremmo aprire un capitolo sul fatto che se me lo chiedi allora ti prendi la tua responsabilità – e mi troveresti anche in accordo con una parte di me -, ma sta sempre il fatto che chiedere come va o come si sta è un approccio gentile.
Ho imparato a non attaccarmi alla ragione, che mi porta solo a presunzione, ma ad ascoltare empaticamente chi ho davanti e capire se sia il caso di fare una distinzione. Pensare che quello che ho dentro possa avere un peso è una di quelle belle lezioni che penso mi abbiano fatto crescere come persona e lo consiglio a tutte le persone birbanti del mondo.

Con questo direi che ho finito.
Ti do un abbraccio e se hai delle riflessioni mi piacerebbe me le scrivessi nei commenti.
Cia’!


P.S: l’ho già fatto prima.


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