Ciao, ciao, ciao.
Ti richiamo per un’altra proposta di pezzo di stand up che devo scrivere (per giovedì, mannaggiona perugina!)
In teoria volevo portare quello sui cessi chimici, ma dato che è un pub in cui si fa un open mic nuovo e – soprattutto – la gente potrebbe mangiare, ho avuto questa brillante idea che forse è meglio non parlare di feci… a differenza di questo blog in cui mi diverto a citartele praticamente sempre.
Il locale in questione ha una particolarità, ovvero ha un punto rialzato senza essere un palco. Uno spazio di quasi un metro in fondo alla sala che ha una ringhiera, immagino per evitare possibili diving – o tuffo sulla folla, qual dir si voglia – da parte di un cliente particolarmente soddisfatto del proprio panino su un tavolo che ha ordinato tre porzioni di cipolle fritte, una patatina grande da condividere e cinque panini tra cui quello speciale del mese.
Giocaci è il primo pensiero mio e delle altre persone intelligenti che fanno stand up.
Con “giocaci” non si intende di segarla via e farci una pista estremamente improvvisata di Micro Machines, ma sfruttarla straovviamente per battute golose, come accentuare le difficoltà di avere questa strana barriera ad altezza testicolanza.
Ho pensato di fare un passetto oltre e scrivere un pezzo proprio sulla ringhiera – o parapetto, qual dir si voglia – che si intitoli: Che pezzi si possono fare con questa ringhiera – o parapetto, qual dir si voglia? Titolo forse un po’ lunghino, ma direi che ora non è importante, ed ora, come al solito, ti espongo più che altro le idee che mi vengono, che il testo in sé.
La prima idea che mi viene in mente – ma che non userei per prima – è la riflessione su una persona che vuole cessare di vivere, ma con gravi difficoltà nella misurazione spaziale.
Considerando già la difficoltà emotiva di quel momento e i motivi per cui una persona possa venir spinta a fare un gesto del genere, immagino che non sia facile convincerla del fatto che anche se si lanciasse non si farebbe un gran ché. Forse una caviglia slogata… o le dita rotte delle mani e dei piedi se si tuffasse come me a sei anni in piscina.
Mi piacerebbe che questo pezzo fosse quasi tutto interattivo e improvvisato – che nel gergo tecnico della stand up si chiama paraculata –, lasciare un microfono alla persona che interagisce con me, con la specifica che debba avere un po’ di tatto. Perché, sì, insomma, se una persona è decisa a fare un passo del genere potrebbe trovare umiliante uno che risponde, uè ciccio, guarda che sono ottanta centimetri scarsi.
Di solito, agli open mic, mi piace fare una cosa, lasciare il testo che sto facendo a unz del pubblico chiedendogli di fare da gobbo. Questo, oltre a servirmi per usare un pretesto buffo per quando mi dimentico il testo e che quindi potremmo definirla anch’essa una paraculata – o paraculata, qual dir si voglia -, mi aiuta a rompere il ghiaccio con il pubblico.
Vorrei sfruttare questo espediente per creare interazioni tra le persone. Quindi a un certo punto potrei dire al “gobbo” di suggerire delle frasi scritte sul foglio per agevolare l’altra persona.
Frasi del tipo:
- Non lo fare!, oppure…
- Pensa ai tuoi cari!, o anche…
- So che ti sembra che non ci sia altra via d’uscita, ma possiamo trovare un modo per affrontare questo, benché ciò che ti appare doloroso e impossibile da superare in questo momento, in futuro riuscirai a vederlo con maggiore chiarezza e potrai dedicarti con dedizione alle domande dedicate demotivanti dedite al dominio del duodeno!, e infine…
- Uè ciccio, guarda che sono ottanta centimetri scarsi!
Tra l’altro mi piacerebbe mettermi proprio come se dovessi saltare, ma non so se posso farlo. Quindi il piano B è quello di fingere di essere dall’altra parte, ma – dando le spalle al pubblico – mi metto appeso dietro alla ringhiera, come se avessi un salto di sette piani davanti.
Io ci conto molto in questa stronzata.
La seconda e terza ipotesi di cosa fare, non mi entusiasmano tantissimo se non per una cosa.
Pensavo a Raperonzolo e a Romeo e Giulietta. Per la prima – oltre al fatto che non sia proprio accuratissimo, visto che si parla di torre e finestra, e non di parapettiera – o ringhietta, qual dir si voglia -, non saprei molto che dire se non rispondere all’iconico sciogli la tua treccia con un sempreverde: uè ciccio, guarda che sono ottanta centimetri scarsi.
Sulla seconda invece non saprei che dire o fare, visto che nella storiella di Shakespeare possono tranquillamente fare le scale e raggiungersi; e che non si facessero vedere da nessuno mentre attaccavano un lucchetto su qualche ponte d’Italia, aumentandone il rischio di danni urbanistici ai pilastri portandolo potenzialmente a un crollo.
Però mi fa ridere l’idea che la persona parli con una voce più acuta (perché ovviamente sarebbe scelto un uomo).
Quindi continuerò con l’aspirante morto.
Sarebbe divertente passare poi alla fase due, in cui gli chiedo di avvicinarsi lentamente continuando a parlarmi per poi prendermi la mano e farmi scendere. Abbraccio e applausi scroscianti per l’impresa.
Sarebbe ancora più divertente se il gobbo dovesse stargli dietro continuando a dire frasi del tipo:
- Non sei solo.
- Sono qui per te.
- Voglio aiutarti.
- Ti andrebbe di fare una telefonata con me?
- Domani, se vuoi, sono libero dalle dieci alle dieci e venti.
- Hai mai giocato a Risiko in due? E’ divertentissimo e rafforza l’amicizia in poche ore.
- A casa ho una collezione di farfalle su cui per ciascuna ho confezionato dei vestitini con i francobolli. Che ne diresti di venire a vederla?
- Quando mangio troppi latticini mi viene il cagotto. Tipo così (effettuare versi con la bocca).
- Cosa ci posso fare se i formaggi sono così buoni?
- Sai che Pippo Baudo non verrà a salvarti?
- Scendi dai, molla la presa da quella ringhiera – o parapetto, qual dir si voglia – e andiamo a vedere lo skyline di Genova insieme. Dicono che il matitone sia splendido durante un tramonto di inverno.
- (Se non siete ancora arrivati, improvvisa qualcosa)
[Quest’ultimo ovviamente serve a me per il pezzo sperando che il gobbo lo faccia].
Sarebbe divertente anche stampare le righe via via più piccole, da render difficile il lavoro al gobbo, solo perché sono uno stronzetto birbante.
Mah, tutto sommato direi che tra i cinque e i dieci minuti (che probabilmente diventeranno settantadue) con questo potrei starci. Mi diverte, anche se potrebbe essere bellissimo come una carneficina vettoriale. Ma questa è la vita degli artisti un po’ matti come me. Amiamo rischiare, portare qualcosa di stravagante e cagarsi i litri di tilascioimmaginarecosa nelle mutande che avrò dimenticato a casa.
Quindi direi che questo è tutto, grazie dell’aiuto, un abbraccio e ci si ribecca fra una settimana o due.
Cia’!
P.S: Oggi nessun P.S.