Quando ti si scongela l’adolescenza.

Se stai leggendo questo blog da un po’ di tempo, saprai quanto mi piaccia condividere il mio percorso personale. Non inteso solo come lavorativo, ma anche introspettivo. E se stai leggendo questo blog da un po’ di tempo ti aspetterai una battuta sulle mie routine intestinali, ma no. Introspettivo nel senso più nobile e faticoso della parola (i parallelismi sulla cacca potrebbero continuare, diamoci un taglio, ok?).

Scrivo in un lunedì uggioso e strascicante vorrei raccontarti un po’ quello che sento un bel cambiamento importante.
Da sempre facevo gli stessi errori in un comportamento ciclico:

  • Decido di dedicarmi a un progetto pazzo, che mi piace e penso possa funzionare; un libro, un podcast, un fumetto, un collettivo, un locale, una roba in generale. Vorrei farti esempi pratici, ma non vorrei bruciarmi delle idee così che poi ti dovrei cercare, sangue, polizia. Lasciamola semplice.
  • Tiro dentro una persona senza aver nulla di concreto in mano – solo gomitoli di parole – per aiutarmi a mettere le basi.
  • Non riusciamo ad andare avanti – per energia, tempo e voglia – alla fine tutto si perde, tranne l’idea – che reputo ancora valida – e mi pesa nel cassettone In sospeso, in basso a destra, della mia mente.
  • Mi viene in mente un nuovo progetto e ricomincio tutto da capo.

Questo simpatico schemino mi ha reso la vita un confusionario vortice apparentemente discendente.
Soluzione? Anni di terapia per scoprire una valanga di vagoni contenenti badilate di cose, tra cui una paura dell’essere giudicato dal mondo che camuffavo da spocchia. Sì, spocchia o anche falsa esigenza. Una parte di me – che si caga metaforicamente addosso – mi ha convinto per anni che, tu non dovresti fare la gavetta ma la gente si deve rendere conto di quello che vali e darti subito i soldissimi!

Quello che ottenevo era un oscillare tra arroganza e insicurezza con una calamita dello stesso polo al mio. Presente l’immagine? Momenti di equilibrio troppo brevi per essere goduti, subito prima di essere sparati via dalla repulsione magnetica (spero che abbia senso. L’alternativa e dire due calamite che quando si avvicinano fanno flip).

Un’ovvietà facile da capire con la testa, ma tremendamente difficile da capire con la “pancia”.
Non si arriva a un risultato in uno-due-tre, alé! Ci si arriva con lavoro, costanza, tassello dopo tassello. Botte di culo a parte, direi che possiamo concordare un po’ tuttz che sia così. Bene. Tutto questo testo per dire cosa?

Lo sto facendo, ci sto provando. È faticoso.
E ho un velo di imbarazzo nel dirlo, perché immagino siano cose che si imparino in adolescenza, entrando nel mondo del lavoro e relazionale, ma io penso di averla freezzata per motivi ora troppo lunghi da spiegare.
L’imbarazzo viene cancellato dalla soddisfazione di essere riuscito ad arrivare a questa consapevolezza. A trentatré anni, ‘sticani!, meglio tardi che mai. L’idea di rimanere in quel limbo di eterne rinunce mi agonizza. E quindi ho iniziato a fare un po’ alla volta e non vivere dei momenti di pausa come momenti di semplice rallentamento, stingere i denti.

Non mi sto buttando a pesce crudo su tutto quello che vorrei fare – anche questo è un buon modo per sabotarsi che ovviamente facevo – ma comincio con le cose che so e posso fare da solo e cercare di tenere una costanza. Per questo – con una ventata di dubbi e timori che usiamo per veleggiare – ho cominciato a scrivere racconti brevi, improvvisati, su LinkedIn facendone una Newsletter <— è evidenziato perché è il link che ti ci porta.

Mi diverte, mi costa poca energia ed è abbastanza affrontabile per dirmi, vedi Gimmi che ce la puoi fare?
Sono racconti belli? Sono mediocri? Sono una cosa intollerabile che suscita l’artrite ai neonati e l’infanticidio agli anziani? Non lo so, e ammetto che tendo più a pensare che non valgano molto, ma noi niente! Imperterriti andiamo avanti. Perché si impara solo facendo e si migliora solo… sempre facendo.

Quindi, in bocca al lupo a me, spero tu non abbia di queste fatiche. Ma in caso contrario… in bocca al lupo anche a te! E un abbraccio.
Forte.

Cia’


P.S: penso che il titolo dell’articolo sia più riuscito dell’articolo stesso.


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