Chi di stand ferisce…

Ammetto che iniziare quest’articolo è particolarmente difficile e mi chiedo come mai.
D’altronde, dovrei solo scrivere un sacco di cacate come ho già fatto in precedenza su una fiera in cui ho lavorato come standista – e fare felice il povero Sindaco, che è a casa davanti al camino, con un plaid sulle gambe ad accarezzare un castoro. Ma tu mi chiederai, chi cazzo è il Sindaco?
Qui c’è da fare un RIPASSINO.

Ma andiamo con ordine, un ordine che non conosco e forse è quello che mi fa andare a scorreggiare il cervello in questo momento. Quindi proviamo con una breve premessa:

Capita che lavori come standista alle fiere per la Gigaciao (googlalogolo).
Fine premessa.
Poi…

Non mi sono mai divertito tanto in nessun altro lavoro.
Il fatto che la Gigaciao sia una casa editrice birbantella, permette a me e al Sindaco – e tutte le persone temerarie che vengono chiamate per dare una mano – di essere libere di dire e fare cose pazze. E a me sballa, come una mucca che balla (non chiedere), che in ogni fiera alziamo leggermente l’asticella delle robe assurde. Sono curioso e spaventato al contempo di vedere dove possiamo arrivare!

Dovessi leggere sul giornale che a – diciamo – Milano due ragazzi vengono arrestati perché lanciavano gavettoni di cocaina sui bambini, ecco, a quel punto saprai che abbiamo trovato il punto.
L’ultima fiera in cui ho lavorato è stato a Torino, per il Salone del libro. Ne avevo fatta un’altra in passato e volevo parlartene, ma ho avuto lo stesso freno che sto avendo per questo articolo… o forse perché non avevo molto da dire.

L’unica cosa degna di nota che mi viene in mente è: avevo seduto dietro la mia zona di vendita Giacomo Bevilacqua – l’autore di A panda piace – e la sua nuca spesso si trovava a un palmo dal mio ano che, ti giuro, ha sviluppato quindici muscoli in più per non vaporizzargli i capelli dagli Dei tonanti che avevo quel giorno nel culo.

Quindi, dopo questa delicatezza, vorrei raccontarti qualche cosa carina che è successa a quest’ultimo Salone:

Non ti divertire troppo.
C’abbiamo sballato un botto a giocare insieme alle ragazze che lavoravano davanti a noi allo stand di Libraccio. Il loro ruolo era controllare, seriamente e senza interazioni, che la gente non si fregasse nulla. La loro noia era palpabile pure dai più anaffettivi e aridi cliché di padri imprenditori nei film.

Non ti divertire troppo era la frase che veniva detta da due stronzi che di serio avevano solo dei grembiuli da cuochi per sponsorizzare l’ultima uscita (quindi nulla). E per essere più stronzi degli stronzi facevamo sconti ai clienti se andavano da loro per dire “Oh, non ti divertire troppo”.

Aveva uno sviluppo promettente, ma purtroppo – cause maggiori, come il “lavoro” – ci siamo fermati presto. Lo scrivere un bigliettino con sopra la suddetta frase per darla a una persona che fingesse che le fosse caduta della tasca della ragazza libracciana, è stato l’ultimo dei nostri subdoli e meschini gioghi.
Ci divertiamo con poco.

Gabbiano.
Il verso del gabbiano è il mio preferito in questo periodo. Lo replico spesso, mi diverte e penso mi riesca bene. Quanti anni hai Gimmi? mi chiederai.
NON SENTOOOOOO LALALALALALA NON MI FAI NIENTE FACCIA DI SIFILIDE!

Fare in generale versi, imitare i goblin con tanto di camminata (chiedimelo, che ti faccio vedere cosa intendo) e fare mugugnii tipo mgne mgne mgne (chiedi anche questo) è la base della comunicazione tra di noi dello staff, ma anche con i clienti. Vederli spiazzati mentre rispondi con un verso è impagabile.

Matrix.
Saprai che faccio un pochino di stand up. Ma vuoi per un motivo o per l’altro le mie esibizioni sono limitate.
Mi rifaccio nelle fiere.
Per quanto, nell’ovvio più ovvio, l’utenza sia totalmente diversa, sono dei giorni immersivi nelle battute e del crowdwork (googlallolo). Soprattutto quando controllo le file. Ci si trova davanti a persone che potrebbero essere stanche e annoiate nell’attesa di un firmacopie e lì cerco di intrattenerle e tenere caldo il mio muscolo stupido – che non è il mio pene; quello si chiama Spugnetta dei piatti di una sottomarca che guarda ora missà che la butto perché perde i pezzi – trovando modi diversi per farli ridere e passare l’attesa. Per esempio, ho capito che bisogna saper parlare bene di merda. Devi accompagnarli nell’argomento con delicatezza e non portandoli a fare un tuffo nel deposito di Paperone se fosse coprofago.

Ogni tanto mi viene in mente qualche scemenza fisica, come chiedere a una persona…

Vuoi vedere che interpreto Neo nella scena più celebre di Matrix?
Si, va bene.
[Mi metto in posizione, in piedi, con le gambe leggermente divaricate e poco dopo emulo il prendere qualcosa e metterla in bocca]
Fatto.

La metà delle persone capisce che non è quando schiva i proiettili, ma quando prende la pillola… blu?… rossa?… non ricordo. Comunque una cazzata, ma che mi diverte. La proverò sul palco.

Occasione sprecata.
Dopo aver trovato un cappello dimenticato da qualcunz, abbiamo vestito un tendiflex – che sono quei cosi che tendi e flexi per guidare le file – e chiamato MiniCiao (possiamo discutere del nome, ma intanto: grazie Michele). Aveva, oltre che il cappello, il grembiule da cuoco che indossavamo noi le scarpe di Milena e una faccia disegnata sul cartone. Un piano che stava andando in porto, ma c’è stata esitazione e il capo stand, Stefano il Distruttore, ha fatto capire che no.

Hai trovato il tuo limite, mi dirai. Mah, non proprio. Non è che fosse troppo, era solo poco convincente.
Non posso quindi raccontarti di quando un bambino ci ha tirato un pugno rompendosi tre ossa della mano, perché non è mai successo. Peccato.

Caffè lungo.
Questa non è una cazzata, ma un errore, che però racconto con giubilo e gioia – e che mi vede soggetto di ilare scherzo, con pugni, sputi e sputi sui pugni – e ora racconto a te. Nel magazzino, all’interno dello stand, c’è una macchinetta del caffè. Molte di queste macchinette hanno la funzione di un bottoncino che, se premuto, fa partire l’erogazione del caffè e poi spegnersi – come quella della casa in cui ero ospitato.
Non questa macchinetta.

Io lo sapevo, perché utilizzata decine di volte, ma non ho considerato una cosa: il Brufen ti rincoglionisce. Avendo i piedi stupidi è facile che mi si infiammi la pianta del piede. Brufen? mi chiede Milena. Sì grazie, rispondo io. Le due ore successive non riuscivo a dare il resto di cinque euro a chi pagava con dieci.

Serve un caffè, ha suggerito quella parte della mente che non conosce il funzionamento degli appositi erogatori di caffeina, che è stato fatto partire e lasciato il tempo necessario perché venisse svuotata tutta la vaschetta dell’acqua.
Un caffè lungo. Così lungo da essere lungo su tutto il tavolo e lungo sul pavimento.

Per fortuna nessun danno se non i lividi inumiditi dallo sputo qualche ora dopo (ovviamente, scherzo. Solo lividi).

Ma tu sei Sio?
Una domanda che mi viene fatta nelle fiere da grandi e piccini. Non così spesso, ma circa mezza dozzina di volte sì. Ho deciso quindi di mettermi un cartello con scritto NON SONO SIO, che ha creato – non immaginavo – molta ilarità tra i clienti che spesso mi chiedevano se fossi Sio, dandomi la possibilità di trovare ogni volta una risposta diversa (stand up hard core training, biaich!).

Grazie a questa cacata è avvenuta una cosa deliziosa che porterò nel cuore per i prossimi sei mesi, fino a quando la mia memoria da aspirante halzaimerista non deciderà di cancellarla: una ragazzina – Francesca; ciao Fra sarai nel mio cuore per sei mesi – mi chiede, dopo aver fatto il firmacopie con Sio, di farle una dedica sullo stesso fumetto.

Non Sio, me lo dedichi?
Sei sicura?
Il mio avvocato ha detto che si può fare, faccia di cazzo (questo forse non l’ha detto, ma non ricordo le esatte parole).
[Prendo una penna e le scrivo: “Ciao Fra! Non sono Sio. Gimmi Alpaca”]

È  stato bellissimo.

Basta.
Sicuramente è successo anche altro durante la fiera e che ora non sto ricordando. Parlo di qualcosa di divertente, perché – come spesso ripeto – lavorare in fiera è per me una montagna russa di emozioni, piacevoli e non, e anche a questo giro ho preso i miei pugni nello stomaco. Ma non voglio appesantirti dopo questi simpatici aneddoti al gusto di demenza, più o meno senile.

Lavorare in quell’ambiente – con i suoi pro e contro, ma più pro che contro – è sempre molto bello e posso solo ringraziare tutte le persone che stanno dietro quello stand: dalle ultime ruote del carro come me – ciao, Milena e Michele – fino al cuore motrice e al motore pulsante che porta Gigaciao in fiera (ciao Sindaco e Stefano, che chiamo amorevolmente SS) che spesso sono gentili e non mi fanno male fisico, ma solo emotivo <3 (ovviamente scherzo. Solo fisico).

Quindi ti saluto, sperando di poterti raccontare altre cose simpatichelle.
Cia’!

P.S: Ho fatto un simpatico carosello dei miei su Instagram in cui ci sono un po’ delle cose citate. Lo trovi —> QUI <—


Lascia un commento