Ciò che si dice, ciò che si pensa..

Classica scalinata genovese
Classica scalinata genovese

Come spiegato nel post precedente in questa serie “Morte Certa”, Marino è il nome fittizio del bambino sulla carrozzella che tengo nell’orario del centro estivo. Ed è utile per voi sapere, a fine di farvi comprendere appieno ciò che andrò a scrivere, che Marino usa il pannolino per ovvie ragioni, ma rimane una sicurezza in più dal momento che è abbastanza in grado di trattenere i suoi bisogni. Per di più non l’ho mai dovuto pulire per evacuazioni solide in tutta la durata dell’affido.

Siamo al termine di una soleggiata giornata al parco di Nervi. I bambini, stanchi ma contenti, si allineano, ordinatamente e a debita distanza, lungo i binari. Ovviamente, come gran parte delle bellissime stazioni liguri, mancano le possibilità per gli handi di passare agevolmente un sottopassaggio.
La mia schiena ringrazia tutto l’altruismo del genere umano che ha permesso opere di così grande stronzaggine. Grazie con tutto il cuore… vi odio.
Comunque.. tornando a noi.
Ero lì, accasciato per terra dopo aver parcheggiato Marino al sicuro, nell’attesa che qualche condor mi venisse a dare baci affettuosi, quando una flebile e timida voce mi chiama e mi dice:
“Devo fare la cacca”
Perché a me, strafottutissimo mondo crudele?!? Perché a meeee!?!? VAFFANCULOOOOOO!!!
Era ciò che pensai. Ma dissi:
“Davvero? Non riesci proprio a tenerla?”
Mi fece ‘no’ con la testolina.
“Sono solo quindici minuti per arrivare al centro. Così la puoi fare lì. Pensi di poterci riuscire?”
Mi fece uno sguardo da cerbiatto che mi comunicò ‘ci proverò’. Raddrizzai la schiena che avevo dolorosamente piegato per sentire cosa avesse da dirmi, quando un secondo e ventitre decimi dopo mi richiama a sé piegando l’indice e il medio ripetutamente nel classico segno significante ‘Avvicinati’. Affermò la sua sconfitta.
“Non ce l’ho fatta”
Controllai il cielo per vedere se ci fosse qualcuno che se la stava ridendo. Se c’era era nascosto molto bene.
Cosa potevo fare? Nulla. Il treno stava arrivando e non avevo un cambio per lui. L’unica soluzione era quella di aspettare di arrivare in sede e cambiarlo.
Così aspettammo. Il treno arrivò, lo tirammo su e ci sedemmo tranquilli senza dar a vedere l’indicibile danno che Marino aveva combinato nei suoi pantaloni.
C’è da dire, però, che non sentii odore alcuno durante il viaggio. Così pensai a quando lo portai per fare pipì e ne fece davvero poca. In aggiunta mi ricordai anche della madre che mi disse che era stitico.
Vabbé dai, se si fosse cagato addosso dovrei almeno sentirlo qualche odore. Tutto annunciava un non pesante lavoro da fare. Smisi di pensarci e in breve fummo davanti alle scale che portano al centro.
Faccio un piccolo inciso per dare l’idea della situazione successiva. Le scale di cui parlo sono i classici gradini delle creuza genovesi. Ovvero bassi, lunghi e pendenti. Della serie: “Puoi farli con una carrozzina, ma ti fai un culo così”.
Quindi.. ero lì che tenevo le redini di Marino e osservavo questa scalinata che mi pareva allungarsi ad ogni sguardo. Demoralizzato sbirciai l’orologio. Mancava cinque alle cinque. Ovvero cinque minuti prima dell’arrivo della baby sitter. Che fare?
“Aspettiamo che arrivi qualcuno?”
“Nooo, devo cambiarmi!”
“Ma mancano cinque minuti. Ti cambierai a casa”
(Parentesi: Se la sede era trenta metri in salita, casa sua era trenta metri in discesa)
“Noooooo!”
Indeciso, stanco e demoralizzato non sapevo cosa fare. Due coglioni a pensare alla fatica per portarlo su e poi riscendere subito dopo. Stavo arrivando alla decisione di aspettare che qualcuno lo venisse a prendere, quando mi venne lanciato un segno da qualcuno o qualcosa che prima mi ero permesso di maledire.
Cominciò a piovere.
C’era di positivo che le gocce confondevano le mie lacrime durante la scalata.
Gradine dopo gradino, vertebra per vertebra. Sotto la pioggia a testa china
arrivai in cima. Stanco. A pezzi..
Ma vittorioso.
Trascinando i piedi come uno detenuto zombie con la sua palla al piede giunsi fino alla zona prestabilita per cambiare Marino. Lo issai per adagiarlo sdraiato sui cuscini e mi feci forza. Tenete conto che già in precedenza ho cambiato pannolini, ma non ho mai avuto a che fare col mio vecchio arcinemico.. la cacca.
Presi un respiro di quell’aria ancora non intaccata sperando di sentirla invariata dopo aver tolto quella sottile barriera che c’era tra me e il mio peggior incubo.
Mi feci coraggio tra me e me: Dai forza. Cosa vuoi che ci sia? E’ pure stitico. Mangia poco. Perché hai così paura? Se va bene ci sarà una o due palline di capra. Fatti coraggio!
Consolato da questo pensiero strinsi i denti e strappai i lati del pannolino.
Non era come temevo..
Era peggio.
Una bulaccata di merda espansa che pareva, dalla consistenza, calcestruzzo misto a ghiaia. Né troppo molla né troppo dura avevo difronte una mappazza spantegata su ogni dove che minacciava la mia presenza con la sua entità maligna.
Purtroppo la pioggia non poteva aiutarmi una seconda volta. Ma non piansi per tristezza questa volta. No.
Era l’odore che, preso dominio delle mie narici, comandava alle ghiandole lacrimali di lavorare come se non ci fosse un domani.
Ruppi il vetro, presi la vanga d’emergenza e con dei guanti spessi da netturbino cominciai a lavorare. Palata dopo palata mi chiedevo da dove avesse tirato fuori cotanta roba di oscura presenza.
Finito di scavare cominciai con le salviettine e lo scottex per concludere l’operato. Riempii tutto un sacchetto dell’immondizia vuoto.
Appoggiato alla vanga, esausto e sudato, stavo riprendendo le forze quando, sempre con flebile voce, Marino mi disse:
“Mi dispiace”
Risposi sorridendo amabilmente:
“Non ti devi scusare. E’ il mio lavoro”


Ma non era ciò che pensai.


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