Di felicità, tristezza – Pt. 1.

Tanti auguri a me,
tanti auguri a me.
La torta non c’è
e regali due o tre.

Questa deliziosa canzoncina me l’ero scritta alle elementari sul diario, il giorno del mio compleanno. Ferragosto.
Domani.

Esatto, è uno di quegli articoli. Strazianti. Ma proviamo a tenerlo un po’ allegro e andiamo con ordine.

Essendo uno di quei giorni di ultra vacanza, da bambino festeggiavo con i parenti a Fontanigorda. Un paesino in montagna che se mi dovessi chiedere di indicarlo ora sulla cartina probabilmente punterei la Birmania dicendo, qui! Vicino a Berlino.

Non che passare il giorno più rappresentativo per un individuo con i parenti in Francia non fosse piacevole. Ma sei comunque un bambino tra adulti, che parlano di calcio, film e argomenti che “su, vai a emulare una spada con questo bastone”.
Con i miei cugini giocavo, ma d’estate era abbastanza frequente, come lo era con mio fratello, che mi guidava spesso nel mondo del divertimento proponendomi attività, come: balla sulla sedia davanti la porta, a mezzanotte, senza che mamma e papà ti scoprano. (Questo non fa molto ridere, ma solo perché è vero)

Un amichetto o un’amichetta la vorresti.
Una persona di altezza simile che possa dirti, sono venuta di mia spontanea volontà a celebrare la tua esistenza – tipica frase che si pronuncia a otto anni. Per questo, il ricordo più lontano che ho di un compleanno è mia madre che mi dice che, dovrebbe venire Ilaria.
Ilaria non era una bambina a cui ero particolarmente legato. Compagna di classe neutra. Non mi aveva mai preso a calci, né ho mai incrociato un pennarello con lei per dar vita a battaglie di colori. Ma era una bambina. Una mia simile. Un volto fresco con cui fare le belle attività che fanno i bambini, come farmi prendere a calci.
Ero felice. E paziente.

Così pazientai.
E aspettai.
E non venne.

Sì. È uno di quegli articoli.

Nel bene o nel male tutte e tutti vogliamo essere apprezzati, considerati e amati. Chi di più, chi di meno. Chi in un modo, chi in un altro. Il compleanno ne è la dimostrazione massima di ciò.
Paura e approssimazione fanno questo calcolo informatico nella testa delle persone:
if (sei amato) else (tanta gente al tuo compleanno).

Sono stato bocciato all’istituto informatico Itis. I. Calvino, quindi potrei aver sbagliato questa riga di codice semplicissima. Ma ti basti sapere che il senso è: se non c’è gente al tuo compleanno sei un reietto come Panna fresca e Nuovo fascio messi insieme! (leggiti l’articolo precedente se non cogli il riferimento).

Capirai dunque la paura che risiede in questo corpicino da nuotatore di piscine asciutte.
Ma questa paura l’ho realizzata solo tre anni fa. Prima di allora optavo per diversi giochi “divertenti”.

Un giochetto che ho fatto era quello di confondere le acque con date sbagliate.
Due account su Fb e due date diverse. La gente che alla notifica “quello stronzo di Gimmi ti illude che fa gli anni” si premurava di scrivermi sono un altro sterile auguri. Era diventato il gioco delle tre carte:
21 maggio, 12 giugno o 15 agosto. Fai il tuo gioco! Quanti punti esclamativi punti sui tuoi auguri?

Mi facevano piacere.
Errati sì, ma comunque pensavo che c’è qualcuna/o che si prende la briga di farmeli. E mi arrivavano di sorpresa perché ovviamente questi compleanni fittizi me li scordavo.

Altra strategia era quella di cercare di invitare più gente possibile – nonostante aumentassi le probabilità di un rifiuto e la conseguente pugnalata – ben assestata dal basso verso l’alto – allo sterno.
O la ben più triste Dimentica il tuo compleanno. Un gioco di discutibile divertimento in cui cercavo di non pensarci per arrivare il più vicino possibile al momento stesso.
Il mio record è stati il pomeriggio prima, intorno le 14.30.

Com’è possibile, ti chiederai. La gente prima o dopo te lo dice.
La gente vicino te lo dice, ma la gente non è vicino perché è in vacanza.

Un gioco non gioco, mi viene da dire, in quanto non devi far nulla. Non devi nemmeno pensarci.
Un gioco a cui non si può vincere, perché quanto ti svegli e arriva il primo sterile messaggio con “Auguriiiii!!! 🎉”, partono uno sciame di coltelli che puntano tutti allo sterno – che provi a proteggere rimanendo sdraiato a pancia in giù sul letto fino le undici, ma inutilmente perché non sono coltelli veri – ricordandoti di tutta le gente che non ti ha detto nulla. Non ti ha chiesto se fai una festa. Se sei in zona. Quanti anni fai.
E che tutto questo è RIDICOLO! Che sei un COGLIONE se pensi che la gente debba pensare a te quando, guarda un po’, TU PER PRIMO non ne parli. E poi perché cazzo dovresti pretendere che la gente ti chieda queste cose quanto TU STESSO non ti ricordi del compleanno degli altri!? Sei solo. Un insignificante. Egocentrico. Del cazzo.

Questa simpatica vocina di cui hai potuto deliziarti per tre righe era (e raramente ancora è) Tulio, quando si arrabbia: la mia personale vocina razionale e, in quei giorni, filo di fusione che partiva flebile due settimane prima, fino a urlarmi nel retro delle orecchie il giorno del mio compleanno. Un po’ come l’armadillo di quel disegnatore poco conosciuto.

Quindi reprimi, Dimitri, reprimi.
Nessuno ti deve nulla. Non sei nessuno. Non ti devi aspettare nulla.
Non me lo dicevo ma lo sentivo. Era una verità per sopravvivere.

Con la terapia ho capito che tute queste erano strategie per fingere che la gente non mi debba nulla.
Ma mi stavo facendo solo del male.

[To be continued… QUI]


Una risposta a "Di felicità, tristezza – Pt. 1."

  1. Io sono nata a novembre, tra l’altro visino al santo patrono del piccolo comune in cui sono cresciuta, quindi ho sempre festeggiato con compleanni giganteschi in cui veniva tutta la classe, anche chi non volevo. Da bambina odiavo tutto questo perché ero timida, molto insicura, non mi piaceva essere al centro dell’attenzione (le candeline le spegneva un mio amico perché mi vergognavo). Va beh, ti dico solo che sognavo di essere nata il 14 agosto. 😂 Comunque, tanti auguri anche se in ritardo, ma tanti tanti auguri. 🎂🥳

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