Zero

Una bella giornata. La porta dei vicini Jefferson era ancora chiusa.
Era la prima cosa che istintivamente gli veniva da guardare quando usciva di casa.
Pochi passi ed era già circondato dalle sue piante di zucchine pronte ad essere raccolte. Una voce lo chiamò.
-Papà, cosa fai?-
-Raccolgo gli zucchini, così stasera facciamo una frittata-
Rispose con tono apatico. Il giardinaggio non lo ha mai esaltato. Si chinò e colse il primo.
-Papà..-
-Dimmi-
-Cosa c’è la?-
Alzò la testa e guardò in direzione dell’esile dito che puntava verso la foresta, oltre l’erba alta, a più di duecento metri di distanza.
C’era un uomo, in piedi. Troppo lontano per capire se stesse guardando verso di loro o no. Dopo pochi secondi di pausa disse al bambino:
-Entra in casa-
Parlò senza voltarsi, con una calma costretta, mentre camminava in quella direzione.
Arrivò fino al ceppo dove tagliava la legna e tolse l’ascia conficcata ad esso e continuò a camminare.
L’uomo rimaneva fermo in piedi e ancora troppo distante per vederlo chiaramente.
Cominciò ad avanzare a media velocità riducendo sempre di più la distanza che li separavano. Mancavano un centinaio di metri.
Ora poteva vederlo abbastanza bene. Capelli lunghi e sporchi gli si appiccicavano sulla faccia. Vestiti lerci e strappati. Sembrava un barbone.
Camminava con passo rapido adesso e con lo sguardo fisso sull’individuo facendo lenti respiri profondi col naso. Non c’era nulla di cui preoccuparsi era tutto sotto controllo.
Correva ansante mentre si spellava il labbro inferiore con i denti. Aumentò il passo trasformando la camminata in una leggera corsa.
Mancavano cinquanta metri. La vegetazione era sempre più ispida.
Strinse l’ascia con entrambe le mani. Le nocche sbiancarono. Niente di cui preoccuparsi si ripeteva.
Quaranta metri.
Oramai su quell’uomo si vedevano chiaramente le macchie di sangue fino al viso. Niente di cui preoccuparsi.. già, se solo non ci fossero tutti quei morti viventi, pensò con una punta di aspra ironia.
Trenta metri. Aumentò ancora la velocità.
Stringeva i denti in un ringhio sordo. Il labbro gli sanguinava appena.
Venti metri. Stava correndo.
Le sterpaglie gli frustavano e graffiavano le gambe scoperte provocandogli piccoli tagli. Ma non ci badò.
Quindici metri.
L’uomo si accorse di lui e alzò la testa. Mancava di labbra e di un occhio che gli pendeva disgustosamente sulla guancia.
Dieci metri.
Un grido rauco gli provenì da dentro, ma non lo sentì. La sua completa attenzione era per quell’essere in piedi davanti a lui. Non potava vivere un giorno di più in quell’incubo.
Cinque metri.
Dalle spalle dell’uomo uscirono, chi camminando, chi correndo, altre persone pallide e mal conce.
Un metro.
Con gli occhi accecati dalle lacrime, implorava il perdono di Jhon. Quel bambino che si ostinava a chiamarlo “Papà”
Zero.

.
Ahah! Quanto ridere! Almeno per me che vi immagino intristiti dopo aver letto questa buffetta storiella. Seduti sulle poltrone davanti alla scrivania a dire con il tipico vocione da chi legge da dietro la scrivania: “Oh ma c’è una storiella divertente. Leggiamola e facciamoci due.. oooooh! Ma finisce male! Oh oh oh! Buon natale!”.. O qualcosa di simile.
Beh.. come avrete capito, ogni tanto mi scappano anche storielle serie per non dire.. tristi! Swish Swosh!


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