Bianca

E partiamo con la seconda pubblicazione dell’esercizio portato al corso di Montanari con consegna: “Scrivere un testo al futuro”. Il titolo della mia paginetta portata da buon scolaro non ha un titolo bislacco come il precedente.. è che proprio non ho trovato un titolo. Il che è molto strano in quanto ha parecchi spunti, ma nessuno che mi soddisfacesse appieno. Trovo che sia importante un titolo per un testo narrativo, credo che sia altrettanto importante non affrettare i tempi e forzarmi di dargliene un che poi sia in realtà… bleh! Di questo esercizio, a parte i soliti (e pochissimi) erroruncoli, Raul mi ha appuntato che la fine è un po’ strozzata. Concordo. Immagino che la mancanza del titolo sia dovuta ad uno stato incompiuto di queste righe. C’è un altro errore, che più che errore è un.. bah, ve lo scrivo appena finite di leggerlo!


Il sole mi palpeggia il sorriso attraverso la finestra. Questa giornata sarà bellissima! Forse indosserò un’altra camicia. Bianca, perché il bianco sarà il mio colore preferito. Deciderò di uscire per andare in piazza Lomellini, dove tutti staranno in cerchio. Sarà bello perché c’è chi canterà i cori di Natale. Mi porterò in quella drogheria all’angolo, quella con gli interni di legno antico pitturati di verde. Quella che profuma di cuoio e sudore. Quella su cui vive mio padre che mi saluterà dalla finestra agitando leggermente la sua pipa. Comprerò delle caramelle da quella drogheria. Avrà caramelle di ogni genere e gusto; io sono così ghiotto di quelle caramelle. Le mie preferite sono quelle alla banana. Entrerò e ne comprerò tre, alla banana. Le osserverò con la coda dell’occhio, quei tre cerchietti rossi e azzurri torcendo il collo e la testa. Sono così ghiotto di quelle caramelle che le ingollerò in un sol boccone. Che buone saranno. Così buone che mi si appiccicheranno in gola e mi faranno tossire, tossire forte. Dovrò bagnarle con le mie lacrime. Ma non potranno starmi attaccate alla gola per sempre, dovrò buttarle giù e quindi mi forzerò a comprare anche un frappè al cioccolato. Sarò felice uscendo dal negozio. Farò in salita tutto il viale alberato sotto il sole, avrò caldo ma non potrò spogliarmi, sennò rimarrei nudo. Starò così bene che non mi sembrerà di toccare terra. Starò così bene che mi girerà la testa e le unghie dei piedi graffieranno il pavimento spaccandosi e sanguinando, mentre scenderò il viale.
Mi costringerò a entrare in un negozio di musica con tutti i vinili in esposizione. Vedrò il disco di Zappa e penserò a Carla e al suo schiaffo. Entrerò dalla porta vetri e il campanellino trillerà dalla tromba dell’altoparlante. Andrò nella zona d’ascolto e prenderò posizione su una di quelle comode poltrone rosse d’acciaio. Con un po’ di fatica mi accomoderò. Osserverò il commesso che mi guarderà con un sorriso cordiale. Il commesso sarà carino. Troppo carino. Mi metterò di forza le cuffie ai lati della testa. Saranno fredde, umide e vischiose, come sempre. Partirà la musica che non sceglierò io. Sarà bellissima. Ascolterò il violino di Vivaldi in quella composizione di cui non mi ricorderò il nome e mi piacerà tantissimo. L’emozione mi farà piangere. Il violino suonerà, piano. Poi sempre più forte. Sempre più acuto. Sempre più forte. Sempre più stridulo. Il mio cuore batterà all’impazzata dalla gioia. La melodia diventerà così alta e acuta, fino a che non mi farà aprire la bocca per gridare, ma ne uscirà soltanto musica. Le lacrime mi taglieranno il viso come coltelli. La poltrona cercherà di trattenermi mentre mi agiterò con tutta la mia forza, gioioso e sereno, per strapparmi via la testa dal collo. … E poi, fra qualche minuto circa, entreranno gli infermieri, forse con un’altra camicia, e smetterà di essere una bella giornata.

Bam! Non faceva ridere. Ogni tanto mi stupisco anche io del fatto che scrivo cose serie. In questa narrazione ho voluto descrivere l’immaginario di un internato al manicomio che fantastica su ciò che farà. Mi piace l’idea che si immagini il tempo che passa e si pianifichi la giornata con un continuo cronologico che viene destabilizzato dalla fine in cui torna drasticamente indietro, ma come se stesse andando avanti. Il trascinare indietro una macchinina telecomandata mentre le ruote continuano a girare. Il soggetto è all’interno di un manicomio in cui sa che verranno a prenderlo per fargli l’elettroschock, pratica medica oramai in disuso, molto dolorosa e che causa perdita “temporanea” di memoria. Così lui, confonde realtà con il passato e rivive momenti d’infanzia e adolescenza  pensando di essere felice mentre è costretto a prendere tranquillanti e pillole varie scambiandole per caramelle o sostituendo le pinze dell’elettro (umidificate per non lasciare abrasioni) in un paio di cuffie d’ascolto. Erroneamente ad una prima letta si può pensare che fosse pazzo, ma la realtà è che fu prelevato per essere “curato” dall’omosessualità. Il padre che lo vede portare via a Natale dagli infermieri, Carla che non credeva che la stesse lasciando per i suoi gusti sessuali e lo schiaffeggia e, infine, il commesso che è “troppo carino” causandogli una vita di sofferenza, sono gli indizi, in una narrazione al futuro volti al passato, di ciò. Ho utilizzato la “camicia” come un foreshadowing (sempre usati, ma non sapevo fossero una tecnica narrativa… fico!) ovvero questo elemento confuso tra le righe che si svela essere di più di ciò che pensavamo (e ti fa dire: “Aaaaaaah ecco!”) Mi scuso per questa auto recensione. Non amo farle, mi danno l’idea di pavoneggiarmi ed è una cosa che non voglio fare. Ma non amo nemmeno lasciare che le cose rimangano nascoste e confuse. Chi oramai mi legge, lo sa. Con questo ho finito anche la seconda esercitazione. Spero al più presto di tornare a scrivere cagate partorite da me! ;)


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