Stronzo infiocchettato

Due uomini sdraiati sul cofano di una macchina hanno in mano una bottiglia di birra. Una vuota l’altra piena. Il tizio sulla destra ne osserva il fondo, lo scuote con rapidi movimenti circolari, e ne beve l’ultima schiuma. Espira soddisfatto come dopo una vodka alla goccia e lancia nel buio la bottiglia. Manca il fracasso dei vetri rotti, rimpiazzato dal un tonfo sordo nell’erba umida.
“Da quant’è che ti conosco?” riprende a parlare il tizio a destra prendendo da terra il secondo giro “Tre, quattro anni?”
“Tra qualche mese è il secondo.”
“Cazzo, come non passa il tempo!” apre la seconda e poi indica quella del tizio alla sinistra “Non dirmi che ti piace tiepida”. Con un movimento rapido quello a sinistra si bagna le labbra. Passa qualche secondo e poi domanda.
“Come va l’attività?”
Quello a destra tossisce divertito “Come vuoi che vada? Quando si tratta di ragazzetti va sempre bene. Se c’è qualcuno che smette, ce n’è sempre un altro che inizia.” dà una lunga sorsata e sopprime un rutto. “L’importante è sempre sapere dove metti i piedi. Perché c’è chi sa cadere in piedi e poi c’è chi, come me, non cade mai”
Quello a sinistra apre la bocca, ma la richiude subito. Con l’unghia del pollice comincia staccare l’etichetta sul vetro. Poi la riapre.
“Ma non ti è mai dispiaciuto, nemmeno per un attimo, pensare di far del male a dei quindicenni? Voglio dire…”
“Ma senti, io ti ho mai obbligato a comprare qualcosa? Né ora né mai, questa è la risposta che mi devi dare. Io vivo la mia vita e loro la loro”
“No no, ma ti do ragione, Fra. Ero solo curioso. C’è chi lo reputerebbe una cattiveria.”
Fra finisce la seconda e la usa come indice.
“No, ecco, vedi. Non è questione di cattiveria. Ma di affari. E io dirigo la baracca perché so cos’è giusto e cosa no. Tu mi puoi dire la tua, eh! E magari mi fai anche cambiare idea, perché è più giusta della mia. E non parlo solo dei ragazzetti che si ammazzano di droghe, ma in generale della vita. Bisogna comunque… ops” la birra gli scivola dalle dita e rotola lungo il cofano, bagnando infine la terra. Riprende il filo del discorso con un mezzo sorriso “Dicevo, bisogna avere il pugno di ferro. Sai come mi piace definirmi? Uno stronzo infiocchettato. Sì, tipo un uovo di pasqua di merda con un bel fioccone blu in cima e tutti i nastri intorno.”
Quello a sinistra stringe a due mani la prima “Non ti seguo.”
“Senti, Piè” parla stirandosi per prendere la terza “in questa vita tutto quello che conta è sapere chi sei e cosa vuoi. Se sei una merda sii una merda, ma falla bene! Costruisci il tuo regno e diventa il re del tuo cofano” batte la mano sul pick up “ma soprattutto devi sapere risolvere i tuoi problemi. Cin cin!”
Senza preavviso, Fra scontra la sua terza con la prima di Piè che tintinna pericolosamente. Piè sussulta e poi sorride sbuffando. Riprende a staccare l’etichetta, con entrambi i pollici.
“Immagino che anche lo Zio fosse un problema.”
Fra si blocca con la bottiglia davanti la bocca semiaperta, e risponde.
“Lo Zio non era un problema. Era un traditore.”
“La differenza?”
“Un traditore non è un problema. Il problema lo aggiri, il traditore bisogna eliminarlo, altrimenti ritorna. Perché per tradirti, un uomo, deve prima avere la tua fiducia. Significa essere legati. Non può non tornare, e magari con gli sbirri. Per questo non li sopporto, perché ti costringono a farli sparire.”
L’etichetta della prima di Piè è completamente staccata. Le unghie cercano la colla rimasta.
“Lo Zio dev’essere scappato lontano, perché non è ancora tornato.”
“Ci ha provato a scappare.”
Un silenzio stellato li avvolge.
“E dov’è?”
Gli occhi lucidi lo fissano sereni. Una bocca piegata sorride.
“Ci abbiamo parcheggiato sopra.”

L’erba, il cofano e il mondo si colorano di rosso. E poi di blu. E poi rosso. E poi di blu.
Una dozzina di scarponi allacciati stretti calcano il terreno. Uomini dai caschi lucidi escono da macchine che potrebbero essere sempre state lì. Fucili e pistole prima rosse e poi blu puntano Fra. Gli ordini trafiggono il buio umido per pochi istanti e dopo le manette si stringono su i suoi polsi mentre osserva Piè con lo stesso sguardo lucido e sereno di poco prima. Piè lo guarda per poco mettendosi d’istinto una mano sulla pancia. Dopo alza la maglia e stacca piano lo scotch dal petto, tirando via filo e microfono. Un uomo rosso e poi blu lo prende con attenzione. Pochi secondi ancora per ricordarsi di aver tra le dita la prima , e con la mano tremante la beve d’un fiato.
Respira a fondo, uno sguardo al cielo notturno e poi uno alla terra sotto il pick up. Qualche passo incerto verso la polizia bisbigliando.
“Finalmente è finita.”
E vomita.

 

Di questo racconto mi piace l’origine. Con un gruppo di ragazzi che aveva un’associazione artistica – in cui si davano un tema e ciascuno produceva qualcosa da discutere insieme successivamente – di cui mi stavo interessando (poco dopo è morta. Perché  quello che tocco muore), era stato scelto il tema dell’aura. Per quello che mi ricordo ciascuno di noi ha un’aura di un colore, intensità (?) e striature. Una roba del genere.
Affascinante! Ma la mia memoria fa cagare per ogni cosa, interessante o meno. Comunque, uno di loro – che sapeva leggere il colore capendo la personalità che aveva davanti – salta fuori che io sono marrone con strisce blu. In pratica uno stronzo infiocchettato, esulto allegro alla notizia. E niente, quest’immagine pasquale mi ha spinto a scrivere questo racconto, che rimane mediocre.
Mediocre principalmente per due motivi: uno, perché il finale era un’immagine molto fumettistica che avevo avuto in separata sede e poi ho aggiunto (e si nota lo stacco); due, perché la talpa, come mi è stato fatto notare, non ha una vera storia. Soprattutto non ha una storia chiara a me, e penso che si senta.

 


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