Motel Moon

Motel Moon, uno dei miei racconti meglio riusciti.. sempre secondo Raul Montanari. Devo dire che anche a me piace, ma, trattando argomenti dubbi, mi trovo a provare un leggerissimo senso di disagio nel postarlo. Capirete (forse) il perché dopo averlo letto. Vi svelerò la consegna di questo esercizio solo alla fine (questo lo capirete sicuramente dopo). Invece ora, con questa scrittura pacata che non è da me in quanto mi sento rincoglionito e le cagate non sgorgano dalle mie dita come al solito, mi sento di comunicarvi che.. la scrittura è, anche, impersonificazione. Cosa significa? Lo vedremo in fondo.
Buona lettura..

Era come acqua ghiacciata in un’estate torbida. Solo che al posto dei freddi cubetti di ghiaccio è la pelle liscia a farlo trasalire.
Nera e lucida schioccava sulla schiena e a ogni frustata riempiva i polmoni d’aria. Il sudore che imperlava tutto il suo torso esplodeva sotto i colpi. Goccioline scintillavano alla fioca luce prima di toccare terra. La schiena si inarcava e sentiva i muscoli stendersi e bruciare piacevolmente. Sentiva la cute, indurita dagli anni e dal lavoro sotto il sole, scricchiolare sotto le contrazioni.
Le braccia aperte, come Cristo in croce, tiravano con forza le manette impellicciate. Per sentire la dolce impotenza sotto quei ciuffi rosa. Sentire l’energia spesa per cercare di liberarsi, sapendo di non poter farlo. Era quello il vero godimento.
L’erezione continuava. Per quanto? Quanto tempo era passato? Non lo sapeva, ma quel’erezione poderosa continuava a durare sotto i jeans neri.
Voci. Sentiva delle voce nell’oscurità della sua benda. Sinuoso vociare femminile, ma al contempo forte, di chi sa che deve dominare.
Frustate. E a ogni frustata l’aria nei polmoni. Ansimava. Chiedeva di più.
Di più! Di più!
Ma poteva reclamarlo solo tramite versi bavosi, perché la pallina di gomma gli riempiva lo spazio della bocca. Leccava l’interno di quell’imbavagliatura mentre sbuffava come un cavallo in calore.
Quando pensava di non poter essere più eccitato di così, arrivò. Diretto e senza esitazione.
Un fuoco d’artificio gli esplose davanti agli occhi. Stelline ovunque date dal piacere sprizzavano sul nero. Poco dopo un altro calcio. Un altro fuoco d’artificio. Si sentiva i testicoli friggere.
Quando pensava di non poter essere più duro, sentiva che stava per bucare i pantaloni.
Toglietemeli, pensava, strappatemeli di dosso!
Invece no. Rimasero al loro posto. E questo lo faceva soffrire, lo torturava, Lo…
Poi capì. Anche questo era una forma di dolore. Anche questo serviva a punirlo. Perché sì, era stato un bambino cattivo. Molto cattivo.
Altri calci vennero dopo. E schiaffi. E pugni. Ogni colpo un sussulto. A ogni sussulto il piacere che montava. Sempre più.
L’estasi sembrava solo l’inizio.

Al Motel Moon sembrava proprio che non mancasse niente. Con un piccolo sovrapprezzo ti facevano trovare una di quelle strutture tubolari per diverse tipi di posizioni. E come promesso dal Motel Moon al loro arrivo era al centro della stanza, addobbata con catene e manette sul rosa.
Semplicemente squallido.

Infine Giulia sbottò. Diede una fila di frustate rapide e a ogniuna abbinata una sillaba.
“Non-de-vi-go-de-re-stron-zo-schi-fo-so!”
E poi aggiunse un urlo di sfogo al cielo di polistirolo.
La porta del bagno si aprì con la faccia di Rachele accigliata.
“Che succede?”
“Porco demonio! Fra tutti i porci proprio questo..”
Rachele la zittì e prendendola per un braccio la portò nel bagno e chiuse la porta. Provò a calmarla:
“Senti, non dobbiamo perdere i nervi, ok?”
“Ma fra tutti gli strafottutissimi bastardi del pianeta proprio un masochista del cazzo dova essere?” gridava sottovoce Giulia. “Io lo frusto e quello gode? Capisci? Lo prendo a pugni e quello gode!”
Rachele ascoltava guardando le piastrelle brune del bagno e scrollando la testa. Stava cercando di pensare a una soluzione, ma non riusciva a cavarne niente. Sapeva solo perché erano lì. Giulia riprese:
“Siamo qui per Samanta. Siamo qui per tutte noi! Questo d’evessere un grido di vendetta che risuoni in tutta la città. Ma non possiamo semplicemente picchiarlo. Quello si fa gioco di noi. Come se non fosse già abbastanza umiliante essere oggetto di merde simili?”
“Hai ragione Giu, ma io.. io non..”
“Mutiliamolo”
“Cosa!”
“Tagliamogli le palle e forse…”
“Ma sei impazzita? Sai che piega potrebbe prendere questa storia. Già non so come abbiamo fatto ad essere qui e ora.. ora vuoi tagliare le palle ad un uomo?”
“Non è un uomo. E’ uno stupratore!”
Gli occhi di Giulia ardevano di furore contenuto.
“Non mi fraintendere. Se sapessi che c’è qualcuno che gliele taglia e magari gliele caccia giù per la gola, stapperei una bottiglia. Ma farlo noi è tutta un’altra storia. Non abbiamo mai fatto male a nessuno, figurati fare una cosa del genere. Provaci ad andare di là e.. zac, come se niente fosse. Prova!”
Giulia rimase a fissare la sua amica per qualche istante e poi disse con fermezza:
“Va bene. Lo faccio” e si voltò di scatto per cercare nella sua borsa.
Rachele fece per farla ragionare, ma non ci riuscì. Giulia era già uscita dalla porta e camminava scalza sul tappeto leopardato con un coltello da cucina in mano.
L’avrebbe fatto. L’avrebbe fatto se non avesse sentito che le squillava il telefono. Si fermò un attimo per vedere Rachele uscire dal bagno con la sua borsa in mano mentre ci frugava dentro. Lo trovò, disse con il labbiale che era Giorgia e tornò nel bagno a rispondere. Giulia la seguì.
“Dimmi”
Giulia osservava Rachele parlare con Giorgia in attesa di notizie.
“Certo che lo abbiamo”
La voce di Giorgia si ammucchiava nell’orecchio di Rachele e Giulia non capiva che le stesse dicendo.
“Sarebbe strano perché… COME?”
Giulia si avvicinò ancora un poco con il cuore che batteva. Con quel tipo di palpitazioni di chi non sa se sta per ricevere buone o cattive notizie.
“Ma tutto questo! Tutto il piano e… come.. come facciamo a…”
Rachele si passava una mano tremante sulla faccia.
“Ommioddio… Ok, d’accordo”
Riagganciò prendendo un lungo respiro. Poi disse:
“Non è lui”
“Cosa, scusa?
“Lo stupratore. Non è lui. Sembrava lui. Dalle indicazioni di Samanta sembrava lui e invece… Invece non è lui”
Giulia lasciò cadere il coltello da cucina per portarsi una mano alla bocca. Con gli occhi sbarrati balbettò:
“E ora?”
“Dobbiamo liberarlo”
“Ma.. ma.. ci denuncerà. Finiremo nei guai!”
“Lo so”
“Lasciamolo qui”
“Non possiamo”

Giulia si mise a piangere di paura. Non potevano aver fatto tutto quel casino per niente. Rachele la prese delicatamente sottobraccio accarezzandole la schiena per confortarla mentra l’accompagnava fuori. Ma la mano che doveva essere rassicurante tremava sotto quella situazione. Nella stanza leopardata un uomo a petto nudo e jeans se ne stava appeso, bendato e imbavagliato.
Entrambe le donne sapevano che lasciarlo lì avrebbe comportato un rischio maggiore. Si erano fatte vedere per sedurlo e portarlo con tutta tranquillità in un posto in cui nessuno avrebbe avuto sospetti, tanto meno lui. Qualcuno l’avrebbe liberato e lui l’avrebbe riferito alla polizia. C’erto, sarebbe stato lo stesso se fosse stato uno stupratore seriale, ma almeno avrebbero avuto vendetta e si sarebbero potute difendere con la testimonianza di tutte le ragazze molestate.
Così, lentamente, lo sciolsero dalle catene. L’uomo stramazzò al suolo. Erano diverse ore che lo tenevano incatenato in quella posizione ed ora, pieno di lividi e segni, tremava leggermente in silenzio per terra lasciando l’alone di sudore sul tappeto. Si rialzò piano rimanendo in silenzio, insieme alle due donne che erano indietreggiate fino all’entrata osservandolo con timore. L’uomo, con lo testa china, sfilò la benda, sganciò la palla di gomma, si asciugò il sudore e si infilò la maglia e la giacca senza mai guardarle. Dopodochè si avvicinò, con passo malfermo e mani in tasca. Loro trattennero il respito.
Quando fu a uno sputo da loro, estrasse rapidamente la mano puntandola contro Giulia che ebbe un sobbalzo. Quando lei capì che era solo una mano tesa pronta per essere stretta, in stato di shock, la prese senza pensare, delicatamente. Come leggera era l’altra stretta.
“Grazie di tutto” disse lui. E poi, tirandosela verso di se e affiancando la bocca all’orecchio, aggiunse bisbigliando:
“E’ stato il giorno più bello della mia vita”
L’asciò la mano di Giulia e le superò entrambe, per andare a togliere i giri all’ingresso ed uscire rapidamente.
Rachele era sbalordita. Si girò per vedere la faccia dell’amica che aveva la sua stessa identica espressione, ma si fissava la mano.
Giulia teneva una banconota da 200 euro.

Bim bum bam, ecco qua. C’è chi potrebbe dire che è un racconto di “dubbia moralità” [cit. amica mia]. E forse è così. Il fatto è proprio che ho scoperto il divertimento (che già in parte conoscevo) dell’impersonificarsi in qualcosa che non si è. Di per se scrivere è questo, vero, ma farlo con qualcosa che è molto distante dalla propria persona è un’esperienza che consiglio a tutti. Quello che accennavo con l’intro è proprio riguardo a ciò. Come ogni forma d’arte, la scrittura può essere un mezzo  di trasmissione d’informazioni, pensieri e valori. Il difficile sta nel fatto quando si fa il contrario senza lasciar intendere che la si pensa davvero così. In questo racconto tratto un argomento “scomodo” in modo leggero, ma ho provato a trasmettere il mio ripudio per gli stupratori inserendo le parole “Non è un  uomo. E’ uno stupratore!” in bocca a Giulia per sottolineare questo mio pensiero.
Mi scuso se tutta questa spiegazione è un po’ confusa. Come sopra, sono rincoglionito.
Ma non vi ho ancora svelato la consegna dell’esercizio! 
Mammamia se non me lo ricordo io non posso proprio contare su di voi, eh?
La consegna è abbastanza ovvia: racconto con falsa partenza. Ovvero, per come l’ho intesa io, far credere al lettore di star leggendo qualcosa con un tipo di situazione, mentre invece è totalmente diversa. Generalmente mi diverto molto a farlo nel finale, a mo’ di battuta (con tanto di tuntuncha sulla batteria), ma proprio per questo motivo che ho provato a farlo a metà.. mantenendo il tuntuncha finale.
Ci sono riuscito?
Potreste farmelo sapere nei commenti invece di mantenere il silenzio stampa come al solito!

 

 


Una risposta a "Motel Moon"

  1. bello mi ha soddisfatto come racconto ….
    Questo pezzo iniziale dopo aver capito subito dopo di che scena si trattasse me lo sono riletto

    (Era come acqua ghiacciata in un’estate torbida. Solo che al posto dei freddi cubetti di ghiaccio è la pelle liscia a farlo trasalire.
    Nera e lucida schioccava sulla schiena e a ogni frustata riempiva i polmoni d’aria. Il sudore che imperlava tutto il suo torso esplodeva sotto i colpi. Goccioline scintillavano alla fioca luce prima di toccare terra. La schiena si inarcava e sentiva i muscoli stendersi e bruciare piacevolmente. Sentiva la cute, indurita dagli anni e dal lavoro sotto il sole, scricchiolare sotto le contrazioni.)

    Invece dopo aver letto queste due parti :

    Un fuoco d’artificio gli esplose davanti agli occhi. Stelline ovunque date dal piacere sprizzavano sul nero. Poco dopo un altro calcio. Un altro fuoco d’artificio. Si sentiva i testicoli friggere.
    Quando pensava di non poter essere più duro, sentiva che stava per bucare i pantaloni.
    Toglietemeli, pensava, strappatemeli di dosso!
    Invece no. Rimasero al loro posto. E questo lo faceva soffrire, lo torturava, Lo…
    Poi capì. Anche questo era una forma di dolore. Anche questo serviva a punirlo. Perché sì, era stato un bambino cattivo. Molto cattivo.

    “E ora?”
    “Dobbiamo liberarlo”
    “Ma.. ma.. ci denuncerà. Finiremo nei guai!”
    “Lo so”
    “Lasciamolo qui”
    “Non possiamo”

    Ho intuito che se ne andava pagando ringraziando il servizio

    "Mi piace"

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