Lorena

Lorena è bellissima. Sento il suo odore tipico di quelle profumerie che vendono anche saponi. Quello stesso odore che avevano le compagne di classe alle medie a cui tutti noi facevamo il filo. Mi inebrio del suo aroma e il cuore fa un tuffo nel passato.
Le accarezzo la schiena nuda e ringrazio Dio per averle fatte mettere un vestito scollato stamattina. Ha la pelle così liscia che mi fa domandare se usa un bagnoschiuma particolare o è proprio così di natura.
Mi perdo di nuovo nei sensi e apro un attimo gli occhi per vedere la sua cascata di capelli rossi tra cui filtrano i raggi del sole facendoli brillare come rubini. Li richiudo per assaporare meglio questo momento e renderlo unico e irripetibile. Potrebbe essere l’inizio di una storia lunghissima che vede felicità e spensieratezza.
Sento l’umidita tiepida della sua bocca con la mia lingua e le carezze dolci che ci facciamo l’un l’altra in un turbinio francese. Passo sul palato e poi sotto la lingua. Anche i suoi denti in questo idillio amoroso, mi paiono ambra al contatto con la lingua. Lisci e perfetti come può avere solo chi ha portato l’apparecchio in adolescenza. Glieli scorro tutti per un magico discendere curvilineo.
Quale cosa più bella c’è di baciarsi con…

Mi fermo. Qualcosa mi turba per un secondo. Ma quel secondo è bastato per farmi uscire dalla sua bocca. Prendo un respiro e ritorno alla carica. Ma nei miei giri solitari non riesco a non tornare là dove mi sono arrestato. Ridiscendo una seconda volta i gradini d’ambra seguendo lo stesso tragitto, ma con cautela. E per la seconda volta mi ritraggo, ma non esco.
Là, fra il dente del giudizio e il secondo molare, è incastrato qualcosa.
Ciò mi sorprende. Mi balena in mente il motivo dello stupore iniziale. Non è stato tanto il ritrovamento, ma il sapore. Sulla punta della lingua qualcosa di dolciastro mi ha turbato.
Ridacchio al pensiero di una così banale svista di Lorena. Come fa a non essersene? Continuo a baciarla ignorando la presenza.

I giri si fanno man mano più lenti. La leggera frenesia di poco prima si trasforma in questo cullarsi delle nostre lingue. Più tranquille. Più dolci.
Più dolci.
Dolce.
Mi torna alla memoria quel sapore dolciastro. Capriolando su me stesso, non riesco a non riavvicinarmi… E ci finisco di nuovo sopra. Cosa avevo detto prima? Dolce? No, è salato! Qualcosa di salato è incastrato fra il suo dente del giudizio e il secondo molare.
La curiosità mi pervade. Può essere sia dolce che salato?
Cerco di non destare sospetti a Lorena. La poveretta non deve sapere di aver del cibo fra i denti, l’ammazzerebbe dalla vergogna. Tra un giro di lingua e un altro mi riavvicino all’elemento sconosciuto e per assaggiarlo ancora.
Lo tocco con la punta. Dolce. Lo strofino con un lato. Salato.
Alterno “lato” e “punta” cercando di pescare dai miei ricordi qualche sapore analogo. Niente.
Dolce, salato, dolce, salato, dolce…

Ahi! Mi ritraggo ancora, ma questa volta per la paura di essermi fatto male. Nei miei strofinamenti qualcosa mi ha graffiato.
Penso a Lorena e spero di non averla insospettita. La prendo per i fianchi, la guardo negli occhi e le passo una mano dietro l’orecchio per sistemarle i capelli, come per rassicurarla. Mi accenna un sorriso e riempe i polmoni d’aria.
Io non aspetto che espiri e mi rituffo nella sua bocca. Cos’è che può avermi graffiato?
Lei si lascia prendere ancora e più di prima i nostri baci diventano una lotta greco romana.
Ritrovo nello stesso punto l’oggetto misterioso. Piano piano comincio a far leva per staccarlo. Sento una puntina quasi aguzza che spunta. Dev’essere quella che mi ha graffiato. Evidentemente la glassa, perché di glassa si deve trattare, si è tolta e la parte salata e dura all’interno è spuntata.
Do diversi colpettini, ma non dà segni di cedimento. Decido allora che è meglio lasciar stare. Lorena si potrebbe mettere addirittura a piangere per una cosa del genere. Penserebbe che non mi interessa abbastanza, mentre invece è tutto il contrario!

Abbandono l’idea di togliere quell’insignificante pezzo di non-so-cosa e mi dedico, anima e corpo, a lei. Alla mia Lorena. La mia saponetta candida.
Mentre la osservo in un istante di pausa sorrido all’idea di chiamarla saponetta. Penso a noi due in una eventuale casa, in un eventuale letto. Mentre ci accarezziamo.
La mia saponetta. Pura. Immacolata.
Perfetta…

Se non fosse per quel pezzo di dolce-salato attaccato fra il dente del giudizio e il secondo molare. Ma anche con quella piccolissima variabile lei è indubbiamente perfetta.
Certo, è vero che se l’avessi tolto sarebbe stata al cento per cento perfetta… e magari non il novantanove virgola novantanove.
Perché accontentarsi di una ragazza solo perfetta al novantanove, se puoi arrivare velocemente al cento per cento?
Lei abbozza uno sbadiglio e io mi caccio inesorabile nella sua bocca, con tutto il dovuto garbo s’intende, alla ricerca di quell’unico pezzo, fra il dente del giudizio e il secondo molare.
Tra l’altro mi viene anche in mente che potrebbe essere un pezzetto di croccantino. Sì, con i pezzi di noccioline nel caramello, o quello che è.
Sento subito il dolce-salato a me familiare. Appuntisco la lingua per staccare quello che oramai è un mio nemico giurato e penso alla lingua come un piede di porco.
Un piede di porco di un ladro che tenta e ritenta per forzare una serratura. Che tira e scardina. Le lamine che stridono, I ganci che si allentano. Spingo e spingo e spingo verso l’alto, fino a quando… Lo sento.

Il freddo cemento mi osserva da vicino mente il calore si diffonde sulla mia guancia. Mi lacrima l’occhio destro mentre sento il profumo piano piano svanire. Mi volto di scatto, per vedere la sua chioma rosso rubino svolazzare dietro un passo veloce.

“Non te ne andare!” le grido “Non l’ho ancora tolto!”


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