Gustaph

Guardo Gustaph – che nome del cazzo che è Gustaph – e sento una lama di ghiaccio e ruggine salirmi su, dall’osso sacro fino lo sterno.
È risaputo tra i migliori della classe, è risaputo vi dico e fidatevi perché così mi han detto, che possa durare a piacimento. E non fate i finti tonti, non fate chi finge di non capire, perché si sa che quando non si mette il soggetto si parla solo di quello. Sesso.
E difatti eccolo lì Gustaph – che nome del cazzo che è Gustaph – mentre ride in modo nauseante e affabile e di nuovo nauseante con tre ragazze di inizio corso. Perché loro sanno, dico loro tre, sanno che può farlo. Magari non l’hanno mai visto all’opera, ma le voci girano e lo sanno.
Sono quelle piccole cose che ti rendono non più tanto piccolo al resto del mondo. Quelle cose che non sai se andarne fiero o dire, mah, alla fine sai che roba. Ma Tu non lo sai. Ma gli altri? … e le altre! Le altre lo sanno e ti vengono intorno smaccate e maliziose e ti parlano come se fossi un cazzo di superman.
Io mi guardo le mani, bianche e rosse dal freddo, e mi chiedo cosa sanno fare. Mi tremano, sussultano e mi fanno pure cadere la birra. Ondeggio, provo a prenderla, ma cade e rischia di colpire una signora. Me ne fotto, e guardo la pelle spaccata e bianca e rossa e penso che anche io vorrei essere come lui. Come loro. Avere quel tanto di speciale per rendermi speciale. Sapere di essere cercato per almeno quella cosa, anche se magari non sono loro tre che ti cercano, ma sono altre tre a venirti vicino per parlare smaccatamente, chessò, dei Beatles. Perché magari la mia memoria fa scintille se si parla di musica e di rock e di cose fiere.
Ma per quello c’è sicuramente qualcun altro perché io mi ricordo a malapena che Kurt Cobain è il cantante degli U2.
Così sogno, come spesso mi capita di fare, sogno un mondo ai miei piedi, fatto di esclamazioni e di bis e di birra. Di abbracci degli amici e di quelli che credi siano amici. Un mondo dove non ci sono Gustaph – che nome del cazzo che è Gustaph -, non ci sono proprio persone con i nomi orrendi, perché sono spariti sotto l’ombra della tua… della mia bravura.
E sogno. Tanto.
Sogno così tanto che quasi un piccione mi prende. Lo mando a ‘fanculo. Gli urlo dietro. Come cazzo hai fatto a non vedermi?! Gli urlo stronzo con un rutto.
Oscillo. Ondeggio. Nemmeno gli uccelli mi lasciano sognare, nemmeno loro vogliono che lo faccia perché sanno che se così fosse io sarei il re del mondo e li farei fuori tutti, bastardi maledetti.
Maledetti loro e quelli con i piccoli super-poteri.
E maledetti i Gustaph che se ne vanno in giro lasciando solo briciole per noi inutili. Neutri.
Per me, passabile come persona e come uomo.
Per me.
Che so soltanto volare.

 

Sono particolarmente affezionato a questo racconto – e non solo perché diverse persone mi hanno detto “bravo” e lanciato una manciata di noccioline – ma anche per le modalità per cui l’ho svolto per il contest di Minuti Contati.

È andata più o meno così (potrebbe essere un altro racconto):
Il contest cominciava alle 21, fino le 24 mi pare, ed io sono uscito da una birreria sotto casa in cui mi stavo imbevendo di poesia, data l’evento di poetry slam, e di birra ovviamente.
Quindi sono uscito alle 22 inebriato di alcol e versi e mi sono ritrovato seduto davanti al monitor a pensare “ora scrivo”.
E così ho fatto!
(Incredibilmente)
Mi sono detto, S.Leonte (o qualunque fosse il mio nikname in quel momento, che non lo ricordo) usa questo stato alcolico delle tue dita per scrivere attingere appieno a una situazione. Scrivi di un tipo ubriaco.
E così ho fatto!
(Non-poi-così-incredibilmente)
È stato divertente ed istruttivo… o distruttivo, non ricordo. Fatto sta che la prima versione era più pienissima di ripetizioni e sgrammaticature che ora non vedere perché c’ho messo un po’ la manina e ho pulito.
Che dite, vi piace?


 

 

 


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