Paradisi improbabili

PREMESSA:
Perché anche a questo giro è doveroso mettere una premessa.
Capitato è, diversi anni fa, che facessi un laboratorio presso Officina Letteraria, di cui ho frequentato gli spazi per un po’ di tempo. Le ore passate all’interno di questo periodo specifico furono inerenti all’editoria. Interessante il concetto, anche se limitato dalla novità del laboratorio di cui, certi aspetti, erano ovviamente ancora un po’ acerbi. Uno di questi fu l’effettiva promessa di pubblicare i rac…
Aspé.
Un passo indietro.
Il laboratorio consisteva nello scrivere dei racconti su libri che ci hanno segnato (vi lascio scoprire il mio) per poi vedere da vicino, passo dopo passo, i procedimenti di un confezionamento di una piccola antologia; dall’impaginazione alla grafica, dall’editing a il simpatico insultarsi perché ciascuno si offende se toccato nel proprio racconto (tipo io).
Bene. Tutto ciò fu fatto con il suo certo livello di interesse e, sempre tutto ciò, sarebbe stato magnifico se alla conclusione avessimo potuto effettivamente toccare con mano il prodotto finito. Prodotto che non diede mai la soddisfazione di veder abbattuto qualche albero per il nostro appagamento egocentrico nel poter dire “Aaaaaaaaah, cazzo! Questo l’ho scritto io all’interno di un antologia che bim bum bam, vaffanculo albero di merda sei stato abbattuto praticamente per nulla e io godo!”
E quindi niente, mi son detto che non era carino pubblicare il mio racconto – che vabbé, non è ‘sto gran racconto – prima che uscisse l’antologia. Ma dato che ho i miei forterrimi dubbi che uscirà ve lo metto qui.
Ciò che trattammo fu il riuscire a consigliare un libro a noi caro con un racconto. Cercando di non elogiarlo pubblicitoriamente (esiste questa parola?), ma dando una struttura narrativa. Obiettivo non propriamente semplice, per essere onesti. Ma una gran sfida che posso dire di aver, con successo, fallito.
Quindi, buona lettura e tutto il resto..

Pioggia. Notte. Abat-jour. E piumone.

Uscendo dalla Polizia ho sperato per un attimo che una 4 cavalli giallo limone fosse ad aspettarmi, parcheggiata in sosta vietata. Avevo un gran bisogno di rannicchiarmi tra le colline della sua proprietaria e di assopirmi alla loro ombra. Ma niente. Non c’era che il buco nero della metropolitana. Ok. Sarà una notte senza Julia. Sarà una notte Julius.

Chiudo il libro di scatto, nella testa, ma lentamente tra le mani, mentre osservo sul vetro le righe fatte dalla pioggia. Lascio abbandonato lo sguardo su Il paradiso degli orchi per due minuti e sedici secondi.

Farò lo scrittore.
Una rivelazione che mi ha aperto in due il cranio. La mente.
Dio, che terribile scoperta. Quale mestiere più ignobile e mal pagato.
Lo scrittore.
Non che lo sia di per sé, ma… in questo paese!
Fa niente. Fermo rimane che è una convinzione. Una certezza.
Nemmeno me ne accorgo e sono già in piedi a camminare avanti e indietro per la stanza, mentre mi sfrego le mani. Sento l’agitazione che comincia a prendere spazio fra le pieghe del mio intestino.
No.
Meglio non lasciarglielo fare. Poi so come va a finire.
Comincio a rimuginare… Lo scrittore… Quello che scrive.
D’altronde ho sempre vantato un po’ di fantasia. Poca, ma la vanto.
Quel momento affascinante in cui cominci a plasmare – che so? – i personaggi. Dare gli ultimi ritocchi e fargli prendere vita. Posarli in uno scenario che si disegna mentre viene a contatto con i miei occhi chiusi e si colora man mano che ne prendo consapevolezza. Gocce che cadono sulla tela cancellando il bianco del vuoto. Si espandono disegnando forme, espressioni, fili d’erba e crepe sui muri. Vero è che la mia mente acerba crea un’accozzaglia confusa di colori che finiscono per mischiarsi e regalare sfumature come il grigio fogna.
Ma nonostante questo posso vedere i miei personaggi ballare, ridere e picchiarsi. Posso renderli pure volgari. Come quella volta che uno ha fatto un peto.
Rido al pensiero del peto… e del puma che l’ha sventrato subito dopo averlo sentito.
Sospiro sereno. Aaaah la fantasia.
Mi ritorna in mente che è proprio leggendo i libri che la mia fantasia si alimenta. Che brucia.
Poi con certi libri…
Osservo la copertina che stringo fra le mani. Mi accompagna, girovaga come me, per la lunghezza della stanza. Due metri e poco più.
Rallento prima di svenire.
Un libro. Un libro intero. Immagino di scriverlo e – perché no? – di finirlo. Che storia.
La gente che mi riconosce per strada.
Firmare le copie.
Le risposte date nei talk show.
No…
L’agitazione che si trasforma in eccitamento.
Poi finisce con le viscere capovolte e il cuore con cui potrei piantare un chiodo.
Respiro. Piano. Con calma.
Dio, perché proprio lo scrittore?!
Una domanda tanto stupida da essere scema.
Sentire di voler fare qualcosa senza conoscere il motivo. Terribile.
Facciamo quindi un passo indietro. Andiamo all’origine di questa disgrazia.

Pennac. Che tu sia maledetto Pennac!
Hai cominciato tu con la tua scrittura ingannevole. Con quei dialoghi limpidi e i silenzi imbarazzanti! Silenzi che non mi fanno capire se devo continuare a leggere o soffermarmi ancora qualche secondo in piedi, su quei tre puntini. O quel passare dal raffinato al volgare nel giro di due parole.
Non potevi stregarmi parlando di falegnameria? Entrerei più felice da Leroy Merlin, volteggiando spensierato fra flessibili e materiali insonorizzanti. Che meraviglia…
E invece no.
Le mie dita sono prigioniere di uno stile che non mi appartiene. Che scimmiottano il tuo modo seducente di scrivere, con un risultato goffo che lascia aperte parecchie lacune. Di cui molte dovute all’ignoranza letteraria che mi porto dietro.

Ma è un male?
È un male farsi ispirare? Lasciarsi volontariamente cadere tra le braccia di chi ha già calcato questa strada, come fosse un gioco della fiducia?
Casco indietro con gli occhi chiusi sperando che tu ci sia, Daniel. Prendimi, perché se mi lasci cadere l’unica possibilità che mi rimane è rompermi la testa. Spaccarmela finché non capisco che strada devo seguire.
Allora vado, eh?

Preso?
E come faccio a saperlo? È troppo presto. Cosa vuoi che ne sappia un ragazzetto viziato come… come te?
Come me?
Sì sì, come te, che non ha mai rischiato di sentire la morsa della paura tenerti stretto, cosa pensi di imprimere sulla carta se non hai realmente vissuto?
Pare sia un amore non corrisposto.
Dall’alto, l’orologio mi suggerisce di andare a dormire. Ma non voglio rinunciare. Non mi devo distrarre.
Perché lo scrittore? E perché non ho avuto questa “folgorazione” con un altro bel libro che ho letto, come… come…
Come?
Ora non me ne vengono in mente, però qualcuno ci sarà di certo.
Vero è che leggendoti, caro Daniel, riesco a scoprirti. A conoscerti. A vederti nelle pozzanghere di Parigi. Riconoscere lo sguardo cieco dello scrittore riflesso sulle vetrine dei kebabbari lungo Belleville.
Leggerti significa rapirti, anche solo per un’ora, e costringerti a mostrarmi i tuoi metodi, i tuoi mezzi, ciò che usi per comunicare agli altri. Agli studenti, per esempio, e come insegni narrando.
La devozione per l’ignorante che sento muoversi in me è la stessa che hai in te.
In me?
Non in te, in lui!
E quale sarebbe?
La gioia di far crescere! Di essere utili. Di donare, affinché altri possano farlo a loro volta.
Di costruire con le giovani menti un futuro un po’ meno ignoto e più… più…
Bello?
Macché bello! Più… sorprendente.
Mi blocco. Fermo, al centro della stanza, la pioggia accompagna la seconda rivelazione nella serata. Ma è ovvio…
Stupido a non pensarci prima! Continuavo a contorcermi il libro tra le mani come una pallina anti-stress, ma non è quello l’elemento del mio interrogativo. Come un idiota continuavo a guardare il dito e non ciò che indicava.
Io voglio fare lo scrittore perché è lo scrittore che voglio emulare e non le storie che racconta. E io voglio essere come te, Daniel, perché scrivere significa anche insegnare. Non importa che siano sensazioni, dati o esperienze, l’importante è farlo. Cedere le proprie idee e dire: fatene ciò che volete. Masticatele, sputatele e poi ricacciatevele in bocca se lo gradite. Questo è ciò che io vi offro.
Me stesso d’inchiostro.
Certo che se riuscissi in un intento del genere il passo successivo sarebbe quello di poter tenere una lezione vera e propria. Riuscire a essere direttamente a contatto con gli studenti e non utilizzare un veicolo cartaceo per arrivare a loro.
Ripenso a ciò che sto pensando.
Mi sto forse dicendo che l’insegnamento è la strada che vorrei seguire dopo? Non era già abbastanza atroce e imbarazzante voler fare lo scrittore! Picchiarsi contro centinaia di migliaia di altre persone che come me vogliono urlare, attraverso la carta, la propria storia, ma con le orecchie tappate di presunzione. Non era già abbastanza faticoso così? Dovevo pure capire di volerlo fare perché il mio desiderio è quello di picchiarmi con centinaia di migliaia di altre persone che vogliono riempire le teste degli alunni come fossero contenitori vuoti, urlandoci dentro,  ma con le orecchie tappate di presunzione?
Cosa c’è di male? Sono solo le vie più in crisi dello Stivale.
Fai poco il simpatico tu!
Questo è tipico di me. Scegliere la strada più difficile per poter arrivare in fondo e dire ahia.
Spero che la prossima risposta esistenziale mi farà capire se sono stupido o stronzo.
Direi entrambi se vuoi intraprendere una strada simile.
Forse hai ragione. Forse sarebbe meglio se… No! No! Se in fondo un libro, uno scrittore, mi ha dato il coraggio per intraprendere due dei percorsi peggiori che ci siano, qualcosa forse vorrà pur dire, no? Forse alla fine non mi limiterò a massaggiarmi i lividi.
Non avrai lividi da massaggiare perché sarà la tua fine diretta. Una passata di ghigliottina e non ci si rivede più. La vita è troppo difficile per lasciare spazio a uno che si fa convincere da se stesso.
Sai cosa? Hai ragione. Ora la finisco.
Forse è meglio, poi vedrai che in futuro mi dirai che… cosa stai facendo?
Come cosa sto facendo? L’hai detto tu che non c’è spazio per chi si fa convincere da se stessi, no?
Dai, mettila via, non scherziamo.
Ma senza scherzo che divertimento c’è?

Bang.

Come mi sono alzato, non mi rendo conto di essermi coricato. Fisso il soffitto e continuo a pensare. È questa dunque la strada che voglio. La pioggia cessa, lasciando spazio a un silenzio che odora di rame.

E chi si riaddormenta più?

Ed eccolo qui.
Il racconto…
Bello, eh?
Se rispondete di si non capite un cazzo. Ho scritto la prefazione prima di rileggere dopo parecchio tempo questo pseudo obrobrio. Un dialogo con me stesso e un Pennac muto che – mio Dio – avrei quasi voglia di non pubblicarlo. Ma, ahimè, l’ho scritto ed è giusto passare anche per di qua. Che poi è una strata che in questi anni è anche cambiata, ma lasciamo stare.


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