The Ghost Fleet e il macinato fantasma.

Era da un botto che non parlavamo di un fumetto, ed è comunque la prima volta che ne parlo nel mio blogghino personale. Sono quasi commosso, ma non piangerò per un fondo amaro che dimora in fondo alla gola.

Parliamo di The ghost fleet – Il convoglio fantasma, che molti giorni fa mi passa spensierato davanti agli occhi in una delle mille pagine Fb che seguo, con la sua copertina così suggestiva. O meglio, io la trovo suggestiva. La stai guardando? Non sembra che parli di introspezione, problemi personali e cose così?
A me si, e non mi vergogno di dire che è proprio il genere di storia che mi fanno vibrare i capelli. Non che se è solo azione e pim pum pam, non sia bello. Ma è diverso.

Ma la smetto di blaterare cose inutili e incuneiamoci nella carta.
Non voglio dirvi nulla della trama, se non che a mio avviso parte molto bene. In una situazione particolare con scelte dei personaggi non scontate, ti catafionda (l’ho appena inventata questa bellissima parola) nella storia. E vuoi sapere cosa succede e – soprattutto – perché succede.
E poi?
E poi succede e ci rimani un po’ così.

Partendo dal presupposto che tutto ciò che parte con un mistero è poi difficile renderlo davvero figo da scoprire. Spesso c’è una forma di delusione con cui abbiamo imparato a convivere. Ma l’amaro non è il mistero in sé, ma come viene gestito.

A circa metà della storia, viene introdotto il paranormale – narrativamente parlando -, ovvero quello che era in qualche modo fattibile viene portato ai limiti dell’assurdo. Se non hai capito una mazza, non hai tutti i torti. Facciamo un esempio:
Un tizio che con solo due pistole uccide una squadra speciale. Ma non con tattiche militari avanzate, ma con la semplice faccia da culo di andargli addosso e sparare. Una scelta dell’autore, portare tutto sempre di più su un piano iperrealista? Forse… ma allora non piace.

Non dico che ci sia un finale alla Lost – che Dio ce ne scampi – ma la sensazione è che venga buttato tutto lì, sul tavolo. Come se il macellaio sbattesse una mattonata di macinato che hai chiesto e dicesse “Alé, ecco a lei. Sono ventiquattro chili e novanta. Che faccio, lascio?”
(Che poi 24,90 sono i soldi che ho donato alla Saldapress)
E quindi, niente. Ti ritrovi con questo terzo atto sanguinolento per le mani. Non sai che farne quando ti ci cacciano anche qualche altra pagina di epilogo inutile.
E rimani lì, gocciolante, a chiederti il perché di tutto ciò.

Davvero. L’amaro alla gola.
Amaro perché si presentava davvero bene. Ci ho creduto moltissimo. Mi ha rapito con i suoi colori, le scene dinamiche, scelte non scontate e frizzanti. Possibilità di plot e subplot che ero convinto che alla fine mi sarei addirittura commosso. Invece si comincia a inciampare con dei dialoghi un po’ scontati, i personaggi che non prendono forma…
e quasi trenta chili di carne in mano e il la voglia di diventare vegano.

Cosa ci insegna tutto ciò?
Che avere una bell’idea non basta. Come non basta saper scrivere bene una sceneggiatura e dargli vita. Serve conoscere la narrativa e come giocarsi il terzo atto. Cazzo, quante volte abbiamo visto che finiscono per deluderci (nel finale, ovviamente)? Tanto vale vedere una storia brutta dall’inizio che può migliorare o – nel peggiore dei casi – annoiarci pagina dopo pagina o – nel migliore dei casi – farci ridere da quanto è brutta.
Ma se ti regala delle aspettative penso solo a quell’amaro che hai in fondo al palato e il timore di rivivere ancora questo tipo di esperienza. E no! Non sono esagerato. Da amante di fumetti, e storie in generale, questa è stata la mia sensazione. Delusione.

E ora, se volete scusarmi, vado a diventare vegano.
Fino, a circa, l’ora di cena..


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