Sfidare i limiti umani

Pensando un po’ a cosa scrivere mi trovo davanti al desiderio di portarti un po’ di magia.
Quindi ho deciso di parlare di qualcosa che esce dal mio ordinario – dalle mie paranoie – e descrivere a parole una scena fantastica (nel senso romanzato, di genere, del termine) che in modo trasparente succede sotto i nostri occhi stanchi di viaggiatori perenni, ma non ci facciamo caso perdendoci la poeticità di questo gesto.

Parlo di chi beve birra sul bus.
Forse(!), clichéisticamente parlando, è sbocciato un sorriso sul tuo volto. Cosa c’è di così sublime in una persona che oblitera, non il biglietto, ma lo scontrino della Tennent’s? La risposta è: tutto!

Forse(!), stai pensando a quelle persone più sfortunate di noi. I senzatetto che, sospesi tra uno stato di incoscienza e alcol, viaggiano sulle linee in sella ai proprio sogni. Ma qui invece parliamo di molto di più! Trattiamo di lavoratori stremati, muratori stranieri a fine giornata; di punkabbestia ventenni che cavalcano le ruote del trasporto pubblico della loro giovinezza senza pensare al domani (e sì, i punkabbestia saltano dai miei articoli come pidocchi nei loro dread. Evidente che io sia un punkabbestia col brutto vizio di lavarmi).

Forse(!) – ed è diventata un’anafora – non ti stai ancora immedesimando in tutta quella popolazione che pratica questa disciplina. Perché solo di disciplina possiamo parlare. Come fai a pensare che non ci voglia un coraggio leonino a bere alcolici su un mezzo di cui ha solo l’odore delle sospensioni? Come fanno a non scenderti lacrime di ammirazione nel vedere che il prescelto si siede sul sedile contrario all’andamento della macchina? Io vomiterei solo a leggere l’etichetta della maglia che mi sono messo alla rovescia se fossi seduto così su un bus!

Ma arriviamo alla parte che più mi affascina.
Il mistero che questa azione si porta dietro. Posso bere prima (comunque audace, ma ci si può trovare costretti), si può bere dopo. Si stappa la linguetta di quella lattina appena scesi. Riuscire a immedesimarmi anche in quella persona che pensa, la tengo in mano e ricomincio appena si scende. Invece no. Non lo fa. Intrepida, sorseggia – o gorgheggia – avvisando che è venuto verde con un flebile rutto da narice.

Immagino ci sia un ebbro rito in questa pratica che ancora – amica amico mio – che ancora non ci è nota. Per questo penso sia saggio mettersi nei panni (metaforicamente) di queste persone e tentare prima o dopo questo salto esperienziale nel vuoto. Decidiamo un mese, un giorno, un’ora in cui si fa hemingwayana festa mobile. Barcollando a ritmo di freni con un olé! a ogni porta che si apre accompagnato da una golata, aspettando frizzanti il prossimo trillo di fermata prenotata. Ridendo, scherzando, si attraversa la città con brindisi di latta e schiuma tra i sorrisi e al capolinea… si sbocca.


P.S: La parola clichéisticamente me la sono inventata. Se i bambini lo chiedessero, svia loro l’attenzione dicendo che Babbo Natale è morto.


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