Tutto ciò che c’è da sapere sulla morte.

Ti rubo qualche minuto per restituirti quest’immagine – che stranamene non tratta di feci.
Non che sia un racconto spettacolare, ma per qualche ragione mi ha lasciato nel profondo un certo effetto che talvolta ancora si dimena – e continuo a ribadire che non si tratta di feci.

Ma non è un mio racconto se non ti faccio una breve premessa.
Da bambino nutrivo seri sensi di colpa se utilizzavo il mio dito come strumento di sterminio verso malcapitate creature di piccole dimensioni. Nelle mie varie fasi ho sfiorato anche il dispiacermi nell’uccidere transilvaniche zanzare. I ragni, poi, che come la parte di mondo sana, mi fanno schifo. Ciononostante, puntavo a farli uscire dalla finestra, con i dovuti strati di protezione, quali: Domopak, gommapiuma e pasta sfoglia.

Nota: C’è da dire però che – in una di queste fasi – ho passato anche quella di “delirio omicida”, in campeggio con la famiglia. Io e mio fratello avevamo deciso di trovare i modi più allegri per privare della vita a una colonna di formiche, come detersivo per i piatti e mazzate di gomma dura destinate a loro piuttosto che ai picchetti.
Non ne vado fiero… ora sarei in grado di pensare a metodi meno banali.


Per fortuna questa bontà magnanima nel salvare tutte le specie mi è passata dopo l’ennesimo ragno che mi sono detto che oh senti un po’ cheppalle io questo lo schiaccio. E così sono rientrato nel grado di carnefice come tutto il resto della popolazione mondiale che si costella il soffitto di zanzare schiacciate (anche se non ho mai ucciso una coccinella… ma quella forse è scontata scaramanzia, come dire: mi tocco il testicolo alla vista di una suora).

Quindi, mentre gli domandavo un ultimo desiderio e puntavo una bombola insetticida alla tempia dello scarafaggio, finito nel lavandino della lavanderia, non avrei dovuto farmi scrupoli.
Ma ho esitato. Uno straccio tappava lo scarico, unica sua via di salvezza. Le pareti troppo lisce per essere scalate. Sia io che lui (o lei, chissà?) sapevamo che doveva accadere l’inevitabile. Ma nonostante ciò, non avevo mai ucciso un insetto così grosso e kafkiano. Disperate soluzioni mi passavano per la mente, ma tutte mi imponevano di venirci a contatto in un modo o nell’altro. Era la sua fine e entrambi dovevamo accettarlo. Non volevo guardare, ma dovevo farlo. Ho preso un respiro (e trattenuto, perché l’insetticida non è che faccia così bene) e ho premuto il grilletto.

Mentre lo gasavo lo scarafaggio zampettava frenetico a destra e a manca. Non me lo aspettavo così alto, così veloce. Così vivo. Continuavo a gasare mentre lui correva veloce. Poi sempre meno. Sempre meno. Sempre meno sotto la falce della mia persona sostituita a Morte. Mentre rallentava mi chiedevo cosa stesse provando, se avesse sentimenti. O magari pensieri sulla sua fine. Lunghi secondi di agonia e Raid. Lunghi secondi in cui ho partecipato allo spegnersi di una vita.
Poi nulla.

E poi l’ho buttato nella spazzatura.
Ciao!


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