P.T.S.D. Burle e altalene.

Contrariamente da quello che pensavo – convinto di aver già parlato di questo fumetto, smentendo dunque l’efficacia del metodo “prendi a testate le cose per ricordartele” – oggi ti parlo di PTSD, lontana da casa.

Il tema di questo volumotto, di Guillaume Singelin, è quello dei veterani che – tornati dal campo di battaglia di una guerra di cui non sappiamo nulla – vengono ignorati dal governo che non smolla un briciolo di riconoscenza o liquidità. Questi ex-soldati, che soffrono appunto del disturbo post traumatico, sono abbandonati a se stessi.

Ma andiamo alla ciccia!
Quando l’ho sfogliato per la prima volta vieni catturato dai disegni, che definiamo in gergo tecnico come “belli” e anche “colorati belli” (ricordo ai gentili spettatori che io sul foglio riesco solo a rompere la mina). Dal richiamo orientale, le vignette altalenano tra paesaggi ben dettagliati a dettagli bene paesaggiati… scherzo. Dettagli ben curati. Viene restituita bene la solitudine in una città brulicante di sconosciuti.

Altra cosa che, personalmente, trovo apprezzabile e restituisce bene il mood della storia sono le gran badilate di tavole mute, o con pochi dialoghi.

Quindi, quando lo compriamo questo fumetto?
La risposta è: mai.
Scherzo di nuovo (che burlone questo ragazzo). Però non ci allontaniamo molto da questa risposta. Il potenziale di PTSD è alto, ma la storia non vuole decollare. La trama è un po’ piattina con poche scene d’azione che ti fanno dubitare che le cose possano andare bene. Il finale ti allappa il palato… frase che non vuol dire un cioffuolo ma evito gli spoiler. Diciamo solo che… no, niente. Allappa e basta e leggitelo se vuoi capire che intendo.

Forse si sente l’assenza di un antagonista ben definito. C’è chi mi potrebbe dire che sia la società la figura ostile, ma allora la storia dovrebbe vertere in un altro modo.
Abbiamo anche una serie di flashback che in sostanza non ci raccontano nulla, perché già nella prima parte capiamo che il suo squadrone è deceduto (e anche se non fosse palese, considerando il presente e come vive la protagonista, è telefonata come informazione).

Non voglio essere uno di quelli che sostiene che ci debba essere per forza una trama forte, con un terzo atto da farti saltare sulla sedia o sull’altalena, se vi piace – come me – vivere l’esperienza della lettura estrema. Mi piacciono anche le storie evocative e questa poteva esserla, ma qualcosa ce lo impedisce.
Personalmente non sono riuscito a empatizzare con i personaggi.
Ho delle teorie a riguardo, ma penso che mi dilungherei troppo e sto già rischiando a scrivere così tanto su un’altalena.

Con questo ti saluto, ti ringrazio (così… perché no?)
E ci vediamo il prossimo venerdì con una nuova puntata di: Gimmi che tenta di farsi male sull’altalena!
Ciao.

P.S: Non leggo e scrivo davvero sull’altalena. Era un altro scherzo.
Le burle!


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