Chiedo pedrono.

Parliamo di battaglie interne.
E incredibilmente no, non intendo lo sbarco normanno nel mio intestino. Parlo di una delle miliardate di cose che ci succedono dentro e che portano conflitto. Avrai presente, cose del tipo: lo sposo o non lo sposo? Verrò deriso o è normale farlo? Devo fare una battuta perché se l’aspetta o opto per chiedermi se fare una battuta?

In questo caso il tutto deriva dal refuso.
Per chi non fosse avvezzo al pudore grammaticale, il refuso è nemico fastidioso di ogni autrice e autore nel mondo. E per chi ancora vivesse lontano da ogni parola analogica o digitale, il refuso e quetso. Sbagli a battere i tasti e inverti due lettere che vanno comunque in stampa.
Ma mi sento di dire, dall’alto della mia fossa, che oggi giorno questo concetto è ampliato, portando a dare per “refuso” un qualunque tipo di errore non dovuto all’ignoranza, ma alla svista.

Nota: Dall’alto della mia fossa significa che non ho mai sentito nessuno fare un’affermazione simile e potrei essermelo completamente inventato… ssssssh!.

L’esempio più classico che mi capita di fare è quello di rileggere l’articolo, non essere soddisfatto di una frase, cancellarne una parte e dimenticarmi – all’inizio o alla fine – un pezzetto. Un po’ come quando vai in bagno e… no. Ho detto che non ne parlavo.
Quindi rimane un congiuntivo, un’articolo, o la stessa parola con un verbo diverso da quello che la dignità pubblica concede.

Ma noi stavamo parlando di battaglie!
Che cazzo c’entra con tutto questo? Beh, devi sapere [inserisci il tuo nome] che è personale motivo di vergogna pensare che delle persone trovino refusi in ciò che scrivo. Penso lo sia un po’ per ogni essere vivente sulla terra capate di impugnare una penna e scrivere culo sul quaderno del compagno di banco… e che intraprenda poi una carriera editoriale.

Negli anni mi sono rasserenato, dicendomi “Gimmi. Caro e soffice, Gimmi. Bello e vigoroso, Gimmi (se non me le dico da solo queste cose non lo fa nessuno). Tutti fanno refusi, è normale. Capita di scrivere da stanchi, assonnati o distratti. E quando non hai tampo di rileggere e fai tutto veloce qualche refuso è inevitabile che scappi. No?”.
“Hai scritto tAmpo
“Vai a ‘fanculo, stronzo!”

Questo generalmente è il rapporto che è con me stesso.
Autocritica selvaggia. Che è quello che mi porta alla battaglia intestina (nel senso di interna, non ci allarmiamo). Magari ho fatto refusi in questo articolo e ne hai notati diversi, ma semplicemente non ci hai fatto caso o non ti importa. Magari sai anche che scrivo e pubblico lo stesso giorno e pensi che sia umano lasciare qualche errorino…

Ma io no.
Se leggessi qualcosa di tuo e trovassi un refuso ti bollerei come minaccia vivente, mina vagante, pericolo ambulante. Estirpiamo l’ignoranza a colpi di buona punteggiatura. Colpiamo dove più fa male con granate maiuscole all’inizio della frase. Passiamo a fil di elisione le gole di chi non ne mette. Appendiamo ai genitali e colpiamo con pistole d’acqua cariche di acido gli ignobili…
Scusa, mi sono lasciato trasportare.

Evidente che stia esagerando (fingi di non aver letto l’ultima parte).
Il problema è sempre lo stesso, penso che il mondo mi giudichi perché il primo a giudicarmi sono io. Quindi faccio un respiro profondo e ti chiedo di perdonarmi se trovi qualche errore. Così, forse, riesco a perdonarmi anche io.
Ciao.





P.S: E palesemente, sì. Il refuso nel titolo è voluto.


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