I tre Adolf: vi aspetto alla prossima fermata.

Forse è prematuro parlare di qualcosa di cui ho letto solo metà storia.
Ma l’alternativa sarebbe “non c’ho un cazzo di cui parlare”. Un’opzione non così priva di senso? Forse.

Uno dei grandi classici di Tezuka e quindi immagino ci sia un tabù per cui non se si possa parlare male. E difatti non lo faremo (non in questo paragrafo, almeno). Cominciamo solo col dire che l’idea è un pelo meno intrigante del titolo, ma che si difende. Una vicenda che vede un giornalista sportivo, ex atleta, in un intreccio di storie per sconfiggere il nazismo. Intreccio di storie di cui – per riffa o per raffa – tre sono di tre persone che, ovviamente, si chiamano Sebastiano…
Scherzo: Adolf.

Il fatto è più o meno sempre lo stesso, e sono un po’ stanco di ripetermi.
I manga hanno tutta la loro dimensione e questo è un fumetto degli anni ottanta, con tutte le sue limitazioni. Prime tra queste, la motivazione scarsa, o inesistente, di certi personaggi di fare o non fare certe cose. Capisco voglia dire tutto e niente. Dunque a seguire un esempio all’interno dell’albo:

Hei! Io sono cattivo e voglio rapirti. Ti trovo su un bus e ti inseguo con la macchina. Mi accosto al bus, abbasso il finestrino e ti dico che non puoi scappare (Muhuhahahah!). Ti dico, inoltre, che vado avanti e ti aspetto alla fermata per acciuffarti.”
Alla fermata: Oh, no! Non c’è più! Dev’essere scappato.

Ottimo lavoro, campione!

Però a parte questi buchini di sceneggiatura e tutte quelle reazioni spropositate che hanno in Giappone, è piacevole leggere una storia dinamica in cui le azioni si susseguono con un ritmo incalzante.
E forse anche un modo alternativo di studiare la storia per i giuovani, dato che con il passare degli anni, tra un capitolo e l’altro, ci sono delle linee temporali per dirti che è successo in quell’arco di tempo.
(Aspetto, penso, che in molti saltino a pie’ pari… come ho fatto io).

Ma ci riaggiorniamo quando avrò letto anche la seconda parte, così potrò dare una visione definitiva dell’opera nel suo complesso.
Non vedi l’ora, immagino.
Ciao!


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