Quando ti suda e non smette.

Siamo a Natale… quasi.
E come ogni quasi Natale cominciamo tutti a pensare alla stessa cosa: cosa si fa a capodanno.
Ma non parleremo di questo, ma della seconda cosa a cui tutti cominciamo a pensare: addobbare l’albero. Antica pratica familiare in cui tutti i componenti si cimentano in un gioioso rito annuale.

Nel mio caso, passati i sette anni d’età, anche io – ultimo maschio entusiasta della pratica dell’addobbamento – ho smesso di aiutare mia madre nelle decorazioni. Nonostante le sue molto acute richieste di darle una mano, preferivo stare in camera a studiare e fare i compiti (c’è anche un po’ di fiction in questo articolo).

E quindi ecco un bell’articolo sul Natale, penserai.
No. Anche se a questo punto mi sorge il dubbio che potrei conti… NO! Questo articolo parla di tutt’altro!

Nel nuovo e sfavillante ufficio di coworking che ho preso insieme ad altre sette persone è stata scelto – sotto gentile imposizione – di mettere un albero di Natale dal fogliame verde plastica, ma con una gentile spruzzata di bianco sulle punte (comprato usato su Subito.it).
Ma con cosa verrà addobbato?
La risposta più ovvia è con le palle. Ma a me non piace la risposta più ovvia.

E qui entriamo nel vero argomento di oggi.
Da quando ho memoria che, per ogni cosa creativa – anche semplicemente addobbare un albero – la mia mente fa un salto all’indietro e atterra pesantemente, con le gambe flesse e divaricate, su un cubo color salmone e urla, ORIGINALITÀ!

Ogni idea che mi esce dev’essere rigorosamente originale.
Il ché, da un lato, è una bella cosa; permette di tenere la mente attiva ed elastica – aspetto che nel mio lavoro è decisamente utile.
Dall’altro lato è piuttosto frustrante, perché dietro a quel salto all’indietro e a quella parola c’è un altro piccolo demone dalle corna ritte più lunghe del proprio corpo che sghignazza, ruttando frasi del tipo: devi essere migliore, devi tirare fuori l’idea migliore.

Questa specie di senso – autoimposto – di competitività è molto faticosa da gestire. La stanchezza mi pervade, perché la mente (di cui, se non ricordo male, ho dato un nome qualche articolo fa, ma non ricordo quale) continua a macinare salti all’indietro come se quel plumcake alle sedici potesse fornire energie per due anni. Perché, ricordiamolo, il cervello brucia un sacco di energie pensando. Suda un sacco (solo per dare un senso al titolo).
Vedi mamma? Anche così si fatica.

Potrei continuare a parlarne, ma sai cosa?
A ‘sto giro facciamo così. Combattiamola. Sai come? Non ci sto a pensare. Invece di scrivere righe e righe e righe di quello che provo – giustamente ne avrai due piene – passiamo all’azione!
Non ci penso a come addobbare l’albero. Potrebbe stare spoglio. Non è una mia priorità, tantomeno una mia responsabilità. Sarà quel che sarà, e se avrò un’idea all’improvviso, benissimo, altrimenti… altrimenti nulla.
Oh!

Sembro…

Sembro credibile?



P.S: Non penso finisca qui questo tema. E non ti preoccupare. Parlerò anche del Natale in modo più classico. So che ci tieni e non mi va di darti una delusione. Che poi sono piccole cose, ma di quelle che fanno piacere, in fondo. Come bere il brodo con la cannuccia.
Piccole cose.






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