Pianti, svenimenti. Nani e specchi.

Sono svuotato.
Un modo alternativo e newage per dire che mi sento rincoglionito. Ma da cosa?
Ieri sera ho partecipato a un open mic nuovo. Non uno di quelli con la gente che cazzeggia e non ti caga, uno già più vero. E ho rischiato di svenire. Ma andiamo per gradi.

Partiamo con la rilassante premessa che non doveva essere ieri, domenica, ma domani, martedì.
Sabato sera, casualmente, scrivo su Fb a chi lo conduce un ingenuo “mi lasci il tuo numero di telefono”. La risposta è stata: sei carico per domani (domenica)?!

In ordine è successo questo:

  • Il cervello rifiuta l’informazione e mi fa credere che quello scritto sul monitor sia solo un’illusione. Un gioco di specchi, colori e nani, abilmente composti per trarmi in inganno.
  • Compreso che i pixel erano ordinati proprio in quel modo, formando proprio quelle lettere, che componevano quelle parole, ho optato per il sano pensiero consolatorio “Ah ah, che buffo. Si è rincoglionito e pensa che oggi sia lunedì”.
  • Dopo che mi risponde di “no” – e il mio cervello legge il no come “Ah ah, il rincoglionito sei tu. Ora lo hai nello sfintere più profondo e buio che possiedi” – decido che, alla fine, è un buon giorno per togliersi la vita.
  • Purtroppo questa convinzione non rimane ancorata alle mie sinapsi mentre la vasca si riempie e cerco di aggiustare il tostapane. Mi viene da pensare che forse non ne vale la pena.
  • Decido che andrà male.

Quindi, passo la giornata a ripetere il pezzo; migliorare il pezzo come posso; piangere; andare avanti e indietro per la sala; andare avanti e indietro per la sala ripetendo il pezzo; andare avanti e indietro per la sala ripetendo il pezzo, piangendo e mangiando crostini al gusto pizza che non avevano fatto nulla di male per subire tale fine.

La sera mi presento bello pimpante (o almeno coì speravo), ripasso ancora un po’. Poi piango nel bagno, tra delle piante e dietro una signora (che gentile ha capito la situazione e si è prodigata in questo ruolo da chiocchia).

E poi tocca a me.
Salgo, comincio a parlare. Le persone mi guardano, qualcuna sorride… ma vado nel panico. Neanche un minuto e mi ritrovo a non sapere cosa dire, incespicare, guardare in cielo alla ricerca di una presenza aliena che mi porti via che Finardi ciao! La sensazione di sentirsi soli e sperduti, in mezzo a tante gente, è una valanga trasparente. Sei lì, sepolto nell’aria. Ma quello che succede è qualcosa di più sconvolgente.

Gimmi, da dentro, comincia a crescere.
“Questo è quello che succede se non fai salire sul palco me! Ora togliti dal cazzo che questa pezzo lo facciamo finire bene!“. (Non ho più personalità, è solo che mi piaceva restituirti questo immaginario).
Allora mi fermo, respiro, e continuo, piano piano. E piano piano riprendo, poco alla volta, poco alla volta, sempre di più, sempre di più, fino a che…

La gente ride.
Non ci illudiamo, non tantissimo. Ho cominciato male, comunque sento di andare a scatti – laggo come una connessione 56k – ma vado avanti. E comincio a divertirmi e la gente lo sente. Mi seguono. Non tutti, ma molti ci sono. Mi guardano mentre sono accucciato sul palco a emulare la mia persona che si pulisce l’ano dopo averla fatta tra cespugli in strada (se vuoi degli approfondimenti puoi trovare tutti i dettagli in Pupù).

E in un baleno, finisco.
Scendo e sono soddisfatto di questa prova. Considerando che un attimo prima di salire stavo per svenire.
La stand up è una cosa affascinante ed è difficilissimo da spiegare. Penso ci proverò un lunedì qui, ma fino da allora vado semplicemente a chiudere questo articolo. Come ti dicevo sono “svuotato” dalla serata di ieri. È stata una dura prova, ma è indescrivibile la sensazione di aver imparato che se vuoi, puoi cambiare una cosa che sta andando male con un po’ di pausa e qualche respiro.

Comunque, non so bene cosa voglia dire newage..


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