Apologia della bestemmia – Pt. 1.

Argomento interessante quello di oggi.
Semplicissime parole che diventano magiche quando le accosti alla divinità in carica nel tuo paese attuale. Un argomento controverso, ma allo stesso tempo blando. Mi chiedo come mai non te ne abbia parlato prima!

Ho pensato dunque di raccontarti il mio personale arco narrativo della bestemmia e tutte le sue sfaccettatura, come archeologo che – dopo estenuanti settimane di scavi – trova un’antico reperto ed esclama ***** ***!
O eureka.

In famiglia nessuno fa uso della formula magica per far piangere un prete. O forse sì, ma di certo non davanti ai bambini. Quindi la mia infanzia si è srotolata senza mai aver un pensiero a riguardo. Fino a quando alle medie incontri il figlio del bestemmiatore per antonomasia, l’intercalatore di santi.
In quanto giovini screanzati ci si mette a ridere, ma mai mi sarei permesso di partecipare a quel gioco verbale che mina l’adulta pazienza.

Però…
Parlavo di magia prima, no? Mi riferivo al fatto che, per quanto fossero semplicemente una coppia di parole, facessero un botto ridere. Ed io – che ho imboccato la strada dell’ironia fin da quando sono nato, che al posto di emetter vagito ho fatto gargarismi di muco e poi mi sono cagato addosso – non potevo venir tentato da cotanta monelleria.

Era una gita in terza media a Barcellona.
Sul pullman che entrava in città ho enunciato, contestualmente, le fatidiche parole: ***** ***. La sensazione nuova di aver impugnato anch’io quella bacchetta magica che incanta col disagio. Sentirmi sporco, ribelle e aver fatto ridere. Un’emozione.
Poi io sono dell’idea che molte cose – non tutte, sia chiaro – vadano provate, anche se non eticamente corrette (un giorno ti racconto di quando ho rubato per la prima volta). Quindi potevo mettere un check tra le cose da provare e smettere. E smisi… per una decina d’anni.

Intorno ai venticinque ho cominciato ad adottare la filosofia arcana del bestemmia solo se fa ridere. E devo dire che mi trovavo bene. Solo con persone confidenziali mi azzardavo, raramente, di inserire l’hokus pokus in questione all’interno di un immaginario buffo. E mi chiederai, ma come può essere buffa una blasfemia?
Non te lo saprei spiegare, ma se pensi a una madre che la sera rimbocca le coperte al figlio e lo bacia sulla fronte, gli sorride e si dirige verso la porta, la socchiude, spegne la luce e teneramente sussurra ***** ***…
beh, a me fa ridere.

Tutto era equilibrato, non mi è mai piaciuto il pensiero di offendere persone credenti e difatti non lo facevo. Non amavo – e non amo tutt’ora – essere schiavo di nessuna forma verbale. Avevo il controllo della mia favella. Fino a quando non venne il giorno. Forse non sai che la bestemmia non fa solo ridere (ad atei e qualche agnostico), ma funge anche da sfogo.
Parliamo di: magia nera.

Per qualche ragione le parole proibite aiutano gli scarichi emotivi. E più sono proibite e più lo scarico e roboante. Ma quanto cazzo è interessante?!
Ho l’impressione che chi usa il punzecchia-dei come punteggiatura non abbia la stessa soddisfazione di enunciare offese al cielo quando ci si arrabbia. Ma non ho mai indagato.

Ma dicevamo… e venne il giorno.
Per i ventott’anni sono entrato nei miei personali secoli bui. Rabbia repressa accumulata in dieci anni ha deciso di passare a fare un saluto due settimane prima che uno stalker decidesse di piantonare il portone di casa della mia compagna, obbligandoci in una convivenza forzata.
Gioia e autolesionismo era il titolo delle canzoni che martellavano nella mia mente un giorno sì e l’altro di più. Il ritornello era:

Higitus figitus abra kazè / prestate attenzione tutti a me.
Hockety pockety wockety wack / abra-cabra-dabra-da.
Se ciascun si stringerà il posto / a tutto si troverà…

[Continuerei per inserire un ***** *** da qualche parte, ma non fa rima con nulla. Peccato.]


Andrei avanti, ma vedo che sono andato lungo, quindi ti lascio con questo cliffhanger finale e continuo la prossima volta.
Cia’.

[To be continued…]


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