Di mattina prendevo odio e caffè

Dopo il “successo” dell’ultimo articolo del lunedì temo ci si aspetti che ora parli solo di sostanze più o meno acide che fuoriescono dal mio corpo. Mi dispiace deluderti, ma non mi cago addosso così frequentemente nelle mie settimane.

Ti parlerò dunque di qualcos’altro che mi è comunque vicino – per quanto stia riuscendo a combatterlo – e sono sicuro che faccia parte anche della tua via, in una qualche misura. Ciò verrà incarnato in una storiella per esemplificare il tutto tra non molto. Intanto potremmo introdurre e riassumere il concetto in una frase emblematica:
Chissà perché il panettiere prima mi sorrideva e ora non più?.

La paranoia dell’ignoto, quelle domande gonfie di cui le risposte sta nel buio della mente di persone ignare di possederle. Nella mia vita ho seminato questo germe dell’ignoranza (mia) con una moltitudine di genti che mi hanno lasciato crivellato di interrogativi: penserà male adesso? Mi odia? Sarà contenta di vedermi? Mi odia? Ha smesso di salutarmi per colpa mia? Mi odia?
Diciamo che “Mi odia?” è sicuramente la domanda di tendenza del momento. Quella che vedono in edicola insieme all’inserto Come prevenire la calvizie. Lo si trova tutte le settimane in edicola a soli un euro e cinquanta, alla portata di tutti!

Ho già accennato a un caso simile con la domanda Si può vivere d’arte? a quella ragazza che non mi ha più risposto e da lì ho cominciato a pensare se mi odiasse, insieme alle altre quarantuno persone in questo palazzo, ma non vorrei perdermi oltre. Non vorrei neanche ridar vita a tutti quei dilemmi per quelle ragazze del mio passato con cui ho avuto un trascorso, nutrimento deleterio per il mio fegato e il spirto felice che mi avvolge per questo articolo.

Quindi faccio un esempio di vita vissuta ugualmente ignoto, se non ché, più affascinante (secondo il mio spesso distorto punto di vista).
Ecco qui la…

Storiella

Tempo addietro ho partecipato a uno degli innumerevoli laboratori di scrittura creativa (ne ho fatti davvero tanti). Si chiamava La palestra dello scrittore. Palestra perché? Perché l’intento era legare il movimento (teatrale, potremmo dire) alla scrittura. Concetto affascinante che mi ha persuaso a presenziare – purtroppo – a soli due dei quattro appuntamenti domenicali (elemento che voleva essere importante per dopo, ma mi sono dimenticato di inserire).

Quattro erano anche le persone che organizzarono tutto ciò. Quattro persone dal sapore artistico che avevano un’associazione (se non erro). Non posso dire che fui preso in amicizia, che da buon ventenne ero ancora lì a fare lo strano con comportamenti un po’ fuori luogo, come avvicinarmi da dietro alle persone e sussurrare all’orecchio “perché mi odi?”. Però in simpatia sì, e loro furono simpatici a me. Qualche discorso fu anche intavolato e con uno in particolare – che chiamiamo F. per la privacy – ci eravamo anche detti l’evergreen: ma vediamoci per un caffè!

Quindi tutto a posto. Nessuno mi odiava, tantomeno F. che sorridente lo incrociavo per strada che con una mano alzata mi salutava e ci ricordavamo di quel caffè. Pensa che ci siamo anche scritti su Facebook cose del tipo “Oh, ma poi ‘sto caffè?” oppure “Settimana prossima come sei messo per un caffè?” o anche “buongiornissimo kaffèèèèè?!?!1’?!”.
Ovviamente, giusto per ridere, uno di questi messaggio è falso. Ma non starò a raccattare mere risate con una battuta scontata e andiamo avanti.

Fatto sta che – vuoi per quello, vuoi per quell’altro – non riuscimmo a vederci per quel caffè.
Poco importa, perché prima o dopo nella vita si riesce a prendersi un caffè. E quindi nulla, passavano in giorni, lo incontravo per strada, io salutavo, sorridevo, e lui di rimando mi sorrideva e mi salutava. Certo che ovviamente quando non riesci a incontrarti per un caffè poi smetti di chiedertelo e quindi ci accontentavamo magari di un rapido, come va?

Come nani, i giorni diventano settimane.
Ci incontravamo per le vie e ci salutavamo senza più tanto fermarci, poi lo vedevo di fretta o con qualcuno, non volevo essere fastidioso. Anche i saluti cominciarono a diventare sempre più rapidi, i sorrisi sempre meno tirati, l’umore sempre meno brillante. Ma sono cose a cui non vuoi far caso. Perché, sai… forse… forse mi… naaaah! Mi dicevo. Solo, naaaaah!

Come moschettieri le settimane divennero mesi.
Quel caffè venne dato ufficialmente per disperso e nessuno lo cercava più. Per i vicolo F. mi incrociava e da che prima salutava veloce con sguardo truce, poi smise proprio di guardarmi. Io, sprofondato nello sconforto, fingevo a mia volta di non vederlo per un imbarazzo mastodontico, mentre una domanda strillava dalla mia mente nella speranza di farsi sentire nel buio e ignoto pozzo della sua di mente dove una domanda risiede, come alligatore in attesa di preda. Una domanda strillava nella mia mente:
“MI ODI?!”

Ogni volta che vedo, che penso o che sogno F. mi chiedo che cazzo abbia fatto di male perché la situazione si sia capovolta completamente.
Per capirne qualcosa, tra gli anni cinque e uno A.C – Avanti Covid – quando la paranoia regnava sovrana, ho anche chiesto al resto delle persone che conobbi dell’associazione se sapessero qualcosa, ma mi rassicurarono. Non c’era nulla di cui preoccuparsi. Bene ho detto. Bene un cazzo! ho pensato. Perché minchia non mi saluta più?!

Certo, la ragione che risiede su questa terra mi prenderebbe sottobraccio e mi direbbe con quel simpaticissimo dialetto romano, “Ah zi’, guarda che mica ce stai solo tu in ‘sta tera”. Perché sì, la gente ha i suoi di problemi e magari tutte le sfighe del mondo sono state riversate sulla schiena di quel pover’uomo, ma io non ce la faccio, capisci?! Da anni ho questo colpo in canna che – insieme a tutti gli altri “mi odi?, chett’hofatto?, perché nun me caghi?” che ho per le altre persone formano una cartuccera di munizioni calibro .50 per la mia M2 di paranoia – che non sparo per i più svariati motivi. Ultimo e più sano tra questi è il fatto di lasciar cadere certe preoccupazioni perché, ah zi’ nun ce sto mica solo io su sta tera. Però è lì, e se ci penso prende un peso e una forma. Un proiettile.

Vorrei poter finire questa storiella con qualche cosa di… con qualche cosa. Ma la vera verità è che me lo porto ancora dietro. Il vero dilemma che ora mi affligge – e sottoporrò probabilmente alla psicologa – è: ma questi dubbi li devo sfogare mirando una risposta o devo dare retta alla terra e farmi li cazzi mia?

Se te la senti rispondi… oppure ci sentiamo per un caffè.
Cia’.


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