Love Bot: quel genere di pensieri che non dovresti fare per iscritto.

Oggi vorrei spingermi verso confini che non abbiamo (io e te) esplorato ancora.
Per due motivi: il primo, perché sono importanti certe riflessioni per accrescere la conoscenza, consapevolezza e coscienza collettiva; il secondo, è perché sto leggendo cose molto lunghe con lentezza e non ho nulla di pronto.

Love Bot è uno speciale della rivista underground ČAPEK.
Per farla breve – e per come l’ho capita io – hanno dato in pasto a un disegnatore robotico dei fumetti porno e quindi “imparando” a disegnarli. Messa così è tutto molto affascinante, ma… lo diventa di più quando si vede l’opera finita.

Un miscuglio di corpi che ricordano chewing gum sotto la suola. Corpi che ricordano l’umano atto sessuale. Non c’è storia, non c’è dialogo. Solo sesso tra gomme da masticare.
Potrei apparire quasi scocciato da questa cosa, per come ne parlo. Ma non è così!

Tutto ciò ha motivo di rapire gli animi più sensibili per due aspetti fondamentali.

– Il primo ti porta a chiederti, è arte questa?
Io vedrei questo bot come strumento e quindi come matita, come Photoshop, come – insomma – mezzo di espressione. Quindi sì, per me è arte. Ma non vorrei dilungarmi perché ne abbiamo già discusso in un articolo diviso in una prima e seconda parte.

– Il secondo aspetto è un po’ più personale.
L’erotismo nell’arte è un tema – come l’erotismo in generale – che mi ha sempre attirato e incuriosito. “E chi non incuriosisce, vecchio mattacchione che non sei altro?!” mi dirai con sguardo di chi la sa lunga. E, mah, forse hai ragione. Però mi sono sempre voluto avvicinare, frenato dal fatto che non sono poi così sfrontato. Come quando ti invitano a cena, e alla fine del dessert rimane un bignè e temi che la gente ti reputi irrispettoso nel farlo sparire in fantozziana maniera. Così ne ammiri la glassa per cinquantacinque minuti buoni fino a che viene detto: “Beh, si è fatto tardi. Buonanotte”.

Sfogliare Love Bot mi ha fatto chiedere quando sia reale quell’ammasso di corpi. Non in senso fisico, concreto, ma concettualmente. Quanto sia reale concettualmente.
L’impressione restituita è, sia di un ammasso impuro di corpi che si ammucchiano, sia l’esatto opposto: una pratica di cui noi arrediamo con significati astrusi, ma in realtà molto semplice.
Posso ascoltare nella mia testa l’eco della società che mi mette a disagio. Vorrei esplorare nel profondo quello che vorrei vivere, ma non riesco a smuovermi dall’uscio di questo mondo da altri congestionato.

Quanta profondità, Gimmi (torno un po’ in superfice).
Questo è quanto. Un semplice spillato di dodici pagine alle volte può suscitare: pensieri su pensieri.
Non smettere mai di farti suscitare pensieri (*occhiolino birichino*)



P.S: Non so quanto sia stato soddisfacente questo articolo, ma oggi è una giornata formata da sentimenti intensi e particolari – né positivi né negativi – di cui non so dare bene spiegazione.
Oh, è andata così!


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