Tutto quello che c’è da sapere su quello che sto per dire – Pt. 1

Da un po’ di giorni che sto maturando un pensiero.
Mi piace parlarne e rifletterci con le persone a voce alta, perché lo sento vicino a una verità. Come quando la coperta ti aiuta a trattenere un peto e capisci che qualcosa andrà male di lì a poco (avere trent’anni e non sentirli).

Per quanto abbia iniziato questo articolo alla cazzara, il pensiero è serio e risponde alla domanda: cos’è l’arte?
Quanto ci si picchia con questa domanda e quante cose sono state dette? Talmente ricorrente come quesito nei pensieri di artisti, critici e mattacchioni, che è diventata stucchevole. Banale. Quasi, fa sentire chi se la pone un ignobile radical chic che punta solo alla seduzione. Ma a me è venuta in mente una cosuccia.

Prima di andare ad analizzare il pensiero, pongo una premessa:
La definizione di arte che – prima di oggi – trovavo più pertinente è quella di McCloud nel suo manuale/fumetto Capire, fare e reinventare il fumetto (consigliatissimo anche ai non addetti ai lavori). Brevemente, mostra in vignette un uomo primitivo che scappa da una tigre dai denti a sciabola. Ai pressi di un precipizio salta aggrappandosi a un ramo dell’albero, salvandosi dalla tigre che, balzando per acciuffarlo, cade di sotto. Il primitivo, sceso dall’albero… gli fa una pernacchia.

McCloud esemplifica la prima forma d’arte. Ovvero, qualcosa di non necessario alla sopravvivenza attuata solo per il gusto di farlo. Ed è interessante! L’arte è ciò di cui non abbiamo bisogno, ma che – in un modo o nell’altro – non facciamo a meno. Sei d’accordo?

Dopo averci riflettuto parecchio penso che quello non sia proprio l’esempio più azzeccato. Con l’adrenalina a mille, rincorso da un predatore simile, il minimo che puoi fare una volta salvo è avere uno scarico tensionale del genere. Probabilmente, nei suoi panni, avrei esultato così a lungo e così forte da attirare una seconda tigre dai denti a sciabola e morire masticato e masticando le parole: sono un coglione.
Per quanto poi sia ovvio che fosse un esempio burlone, ma il concetto è quello.

Penso a tutte le persone che potrebbero dire che oggi giorno un sacco di cose inutili vengono fatte e non sono per sopravvivenza, come – ad esempio – l’arredamento di una casa con soprammobili, fiori e carta da parati scelta dopo mesi e mesi che poi alla fine tanto non ti piace e passerai dal salotto guardano quella parete e pensando “mah”.

Mi sento di difendere il povero (“povero”) McCloud. Viviamo in una società in cui la sopravvivenza non è dalle sciabole, ma dallo stress. Spesso le nostre cose inutili sono o una ricerca del bello – come l’arredamento i fiori e pareti brutte – o di decompressurizzazione (per dire una parola a caso), ovvero cose che ci aiutano a staccarci la tensione di dosso.
Facciamo, creiamo, moltissime cose inutili ma oggi giorno non le definiamo tutte cose artistiche.
Ma perché?

Vorrei darti la risposta a questa domanda, ma mentre mi scrivevo ho pensato che si va per le lunghe. E forse è meglio essere un po’ inutilmente – artisticamente – stronzi, che andare avanti. Ti lascio con il pensiero incompleto e un appuntamento a lunedì prossimo, per vedere dove andiamo a parare.

Scommetto che hai un sorriso sul tuo volto… oppure non te ne frega una mazza.
Opto per la seconda.

Ciao!

[Trovi il seguito qui]


3 risposte a "Tutto quello che c’è da sapere su quello che sto per dire – Pt. 1"

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